domenica 30 dicembre 2012

Petit conversation

oggi domenica 30 dicembre.
oggi domenica 30 dicembre.

In braccio al nuovo anno. 

la signora del terzo piano si congratulò con la signora del primo piano:

"dato che ora arriva il nuovo anno, che ne dice se non litighiamo più'"

la signora del primo piano si asciugò la fronte. 

LITIGARE MAI PIU'

nemmeno per i gemiti sessuali,che lei sente ogni volta quando la sua vicina fa sesso con il marito - ma perchè non lo facciamo anche noi così? le dice ogni volta suo marito - e lei risponde - ma così come, come come come?

la sua fronte continuava a sudare. 

(Sudassi così quando faccio sesso con mio marito.)

Se decido di fare pace con lei, significa che devo mettermi l'anima in pace (2) e iniziare a mugulare
 sbraitare, gemire, strillare, far finta di esorcizzare il diavolo, dire parole "sei tutto mio-mio-mio" tirare
 fuori la lingua e fare sorrisini cretini, alzare il volume del sorriso, e ridere così tanto da farmi venire dal ridere. 
Sìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì

si
si 
si 
si
io lo voglio

La Signora del primo piano buttò via il suo fazzoletto
 guardò la signora del primo
 sorrise astutamente
ma anche morbidamente
allungò la sua mano 
e respirò felice.


buon anno !!!!! 


venerdì 28 dicembre 2012

Una lavatrice randagia

la discesa del morto nelle acque di una lavatrice randagia. 

Ogni rumore può diventare un suono. Così il sottofondo della lavatrice che gira oggi, nonostante non sia domenica, alla faccia dell'unione dei consumatori, ancora non ho capito quanto e quando risparmio, così il rumore della mia lavatrice mi permette di stabilire un contatto profondo con la mia pancia (sì la pancia) il cuore (certamente) e magari tutti gli organi vitali interni - esterni del mio corpo. 
Stabilire un contatto con il rumore della lavatrice può essere difficile. 
Ma superato il primo momento di repulsione di giro di macchina, il rumore meccanico dei giri della mia lavatrice, diventa una cosa lontana, un rumore antico, perso. 
Va bene così. Perso un rumore se ne fà un altro. Persa una situazione se ne fà un'altra. Persa una città se ne fà un'altra. 
Perso un cuore bisogna fare un trapianto. 
Persi i soldi bisogna cercare un lavoro.
Perso il lavoro bisogna iniziare a pregare. 
Perchè sono momenti - alti - bassi - della vita - in cui succede che non rimane niente  - di fuori - 
Per cui io sono quella che cerca di fare della vita una creazione piena di piacere anche senza appigli di certezza. Ed è un lavoro molto serio. 
Oggi ieri e ieri l'altro ho dipinto le ultime cose color marrone nella casa tutta bianca e bianco pure il silicone che non è servito ancora a niente, nemmeno un idraulico è servito a gran chè. 
Non posso andare in vacanza. E allora? La mia casa è bianca. 
Non posso mai uscire fuori a cena. E allora? Impara a cucinare.
Qualcuno non mi invita nemmeno più. E allora? Meglio, meno gente da invitare a cena.
Non ho un lavoro. E allora? Chiama la fatina di cenerentola e fatti prestare la bacchetta magica.
Mi sento così frustrata. Dici? Ma che dici! E' come passeggiare in una foresta piena di luce senza vedere la luce.
Allora và tutto bene?
 Si si si. Va tutto bene. Succede. Poi passa. Arriva poi scompare. 
Anche se alle volte mi sento fuori dalla società? Meglio! No, dico, lo vedi che società ti circonda?
Allora ritorno al rumore della mia lavatrice e mi metto a scrivere. 
Io mi sento molto bene. Io mi sento davvero bene. Potrei leggere infinite jest nei tempi morti.
Il risentimento potrei metterlo nella lavatrice.
Sì, ma non le persone. 
No? Le persone no? Accidenti, le persone no. 
Il risentimento sì. Ecco perchè sto facendo andare la mia lavatrice oggi. Un venerdì e non un sabato. Il giorno invece che la notte. Per ficcare dentro la mia lavatrice il morto che c'è in me. I derelitti di passaggi indietro a me, le scorie che ora sono solo scorie. La mia lavatrice per fortuna è molto grossa. 
Con questo manderei pace (invece che un insulto) al carico interno.
Peccato non sia ancora pasqua. 

giovedì 20 dicembre 2012

speciale fine del mondo

Cercherò in altri mondi la vita che sto cercando qui. A momenti la vita che sto cercando è proprio vicina. In altri no. A momenti la vita che sto cercando non è più da cercare. A momenti il tavolino con sopra una carota nera, che esiste davvero, mi pare una magnifica avventura d'amore. Alle volte la vita che sto cercando mi dice che è già trovata. Alle volte ogni respiro che faccio si frantuma in spazi vasti e io non sono più solo il mio respiro. Allora la vita che sto cercando è la vita che sto facendo. Forse la vita che sto facendo è già la vita che sto cercando. La stanza delle meraviglie dove la vado a cercare?
La vado a cercare nella carota nera e nel tavolino trasparente dell'Ikea.
SPECIALE FINE DEL MONDO
Vorrei dire ad alta voce, che se il mondo finisse domani, sto ancora aspettando mille risposte di lavoro, amici  e non amici che mi dicono che faranno qualcosa per me, assenze e lontananze, accordi finti, lavori saltati, denaro in attesa, richiami, chiamate e pure la doccia che perde. Vorrei dire ad alta voce che se il mondo finisse domani non manderò più un curriculum, non chiederò più aiuto, non spedirò più materiale, non mi domanderò più perchè alle volte la gente è proprio "poveretta te", non cercherò più di aggiustare la doccia, non rimarrò più insonne perchè non trovo lavoro, non mi domanderò più "ma perchè?", non cercherò nel mio cervello spiegazioni universali ignote pure agli illuminati, figurati a me. Questo farò.
Se il mondo dovesse continuare ad essere mondo farò la stessa cosa. E ... sti cazzi.

domenica 16 dicembre 2012

MI CAPISCO SOLO IO-MI ADDOLCISCO SOLO IO


Mi capisco solo io, mi addolcisco solo io.

BUIO
MUSICA

Musica scende piano, prima la luce è sul musicista che si intravvede po buio poi luce su di lei che è in fondo al palco su una sedia a scrivere una lettera con la macchina da scrivere. La vediamo come da un buco di una serratura che possiamo creare con un video (la scenografia costa troppo)
Batte a macchina. Sta cercando di scrivere una lettera
Silenzio. Ogni tanto si gira, gira la testa verso il pubblico. Poi silenzio. Riprende a battere.

Oggi 25 aprile 2014....

Continua il ticchettio che dopo un po' si confonde con la musica e sparisce la luce sulla macchina da scrivere e compare centrale su di lei a tre quarti con un bicchiere in mano di champagne, lei guarda il bicchiere, gioca con il bordo lo guarda. E poi parla

CHIAMA LA SARTA

Aiuto aiuto! Non mi entra più il vestito, non mi entra più. Dove hai messo gli zaffiri che ti avevo chiesto di inserire dove hai ficcato gli zaffiri? Vieni qui, ho detto vieni qui, che non mi entra più il mio vestito, sono diventata troppo grossa, gonfia? No? Dici che sono sempre la stessa? Dici che sono sempre la stessa?

Sono le undici e 45 secondi.
Esce la sarta

Ieri alle undici e 45 ho parlato con il mio fidanzato. Che tra poco sarà mio marito. Lui non è credente. E io sì. Allora gli ho detto tranquillamente che lo capisco, che sono aperta, che io non sono mica come tutte le altre donne io, capisco e accolgo la diversità la multiculturalità sociale ambientale e sopratutto religiosa. Così gli ho detto, “amore mio adesso segui un bel corso per cresima e comunione, lo segui e semplicemente vedi se ti piace, poi sei libero di decidere, davvero libero di fare quello che ti pare. Poi allora ho chiamato tutte le mie amiche “Luciaaaaa ciao amore mio, lo sai che il mio fidanzato mi ama così tanto, che ha deciso di fare il battesimo, la comunione, la cresima e le stigmate per me?”

Ecco ora mi sento un po' più serena.

Dove ero rimasta? Agli zaffiri del mio vestito?

E poi dopo che mi sposo mi viene in mente la parola creare, la creatività amore mio, la creatività in ogni forma della vita si traduce anche in creazione, creare, fare l'amore ...ti piace eh? E lasciare liberi di espressione tutte le parti del tuo corpo, gambe, braccia, cuore e spermatozoi, che finalmente possono viaggiare liberi nel loro universo espanso senza che più nessuno li costringe, perché a te piacerebbe essere costretto?
A me no davvero.
E io mi identifico in tutte le parti di questa vita che vogliono essere liberi.
Donne, uomini, bambini e spermatozoi.
OH, Amore mio, ma ti ricordi quando abbiamo viaggiato assieme io e te lungo la strada dei colli piacentini?

(Prende il telefono e chiama)

Mamma? Mamma? Mi senti? Ti devo dare una notizia … sei seduta? Mi sa proprio che tra un po' rimango incinta. Si mamma, incinta. Ma non sei felice per me? Ah certo, prima mi devo sposare.

Io sarei felicissima per me. Sono d'accordo con la politica cinese. Ora anche loro possono fare figli, perché se no muoiono tutti e rimangono solo i vecchi. Evviva. Anche se, alcune famiglie i figli non li dovrebbero fare. Quelli che vivono sotto di me, la Signora Rumena, La grande Madre, ha cinque figli piccoli, quattro figli grandi con sei figli piccoli, poi con i fratelli, sei figli grandi che hanno a loro volta otto figli piccoli, cugini dei sei grandi e stanno tutti insieme, mangiano bevono fanno la lavatrice, sopratutto lavatrice, li vedo, mi accorgo, davanti alla mia porta ci sono dodici stendini soltanto loro, che facciamo il calcolo, 5 figli piccoli per 6 figli grandi per 4 fratelli grandi per 6 figli piccoli, no, era per 8 figli piccoli per tutti insieme fa 5 per 6 uguale30, per 4, 120 per otto cugini, ::::, per tutti insieme, fa milleseicento calzini corti. venti lunghi. otto camicie e pantaloni, tutti stesi davanti a casa mia, ma chi ve lo dice di comprare tutti questi stendini? Ma io non mi posso permettere di fare 5 per 6 per 8 per i 5 cugini, io sono una donna libera io. Mica mi puoi obbligare a stare a casa tutto il giorno a fare le lavatrici, non ho nemmeno lo spazio per il mio stendino personale. E poi non ci vuoi pensare ai pannolini? Alzati, cammina, lavati, alzati, piangi, lui piange, prepara, latte,biscotti, scotta, troppo caldo, freddo mi sono bruciata, si brucia piange piange, piange, alzati, lavati, cambialo, puzza, si sporca a a ah ….prendilo tra le tue braccia che sei la sua mamma
…..............................................................................
ma cosa piangi...perché piangi, ma perché cazzo stai piangendo, perché cazzo stai piangendo, che vuoi cosa vuoi, mi vuoi ...fare morire alla tua mamma, ecco latte, non lo vuoi, biscotto, pappa, gioco della nonna, ti piace? Non ti piace? I denti, ti fanno male i denti? Morire? Cioè amore della tua mamma?

PAUSA
PAUSA
PAUSA

La donna si è emancipata. Dal giorno della rivoluzione sessuale, l'utero è mio, e me lo gestisco io. Non te la do più.

CHIAMA LA SARTA

Tira via tutti gli zaffiri che hai messo, tutti, tutti quanti non li voglio più. Sono troppi. Non so contare. Quel calcolo matematico ... che già mi è venuto il mal di testa, non ero ferrata in scienza al liceo. Adesso me li tiri via tutti, questi zaffiri che mi fanno venire in mente dei piccoli vermiciattoli, tipo quei bastardi degli spermatozoi, ma chi si credono di essere. Liberi? Ma quale libertà.

Ora mi sento più serena.

Ah, la mia lettera.
Dove ero rimasta?
Me ne vado.

Torna alla macchina da scrivere.

Oggi 25 Aprile 2014. Oggi sposi. Forse … oggi sposi, oggi 25 aprile 2016 si sposeranno...no, oggi 25 aprile 2014 si sposeranno... si sposeranno? Certo che si sposeranno. Si sposano, non c'è mica il dubbio. Oggi sposi. Oggi … sposi. Forse ci potrei mettere una frase speciale, in ricchezza e povertà finché morte non ci separi. Lo intitolo finché morte non ci separi.

PAUSA
PAUSA
PAUSA

Fino a che non arriva la morte, io devo passare tutta la mia vita con lui? No, non è che sono insicura. Lo amo. Lo amo. Ma fino alla morte, ma chi lo può dire.

PAUSA

Fino alla morte possono succedere un sacco di cose. Un sacco. Io sono anche una donna molto indaffarata, ho mille progetti da portare avanti, mille idee, io sono una persona in movimento, mica posso passare il tempo a cucinare, fino alla morte per lui, che sì, lo amo, lo amo davvero, ma io non voglio cucinare fino alla morte. E poi io alla mattina mi sveglio tardi. Lui si sveglia presto. Devo preparare la spremuta di arancia fino alla morte? Ma io non voglio preparare la spremuta di arancio fino alla morte. Io l'arancio lo odio, non mi piace, a me piace mangiare due kiwi la mattina. Cosa vuol dire che non li posso più mangiare?

PAUSA

Forse potremo anche sposarci in comune Mica è peccato. Poi quando ci avviciniamo alla morte ci possiamo anche pensare alla Chiesa. No? Io sono una persona libera e lui non è nemmeno cattolico. Allora mica lo posso costringere no? No.

PAUSA

CHIAMA LA SARTA

Allora forse potresti rimettere gli zaffiri, ma magari su un altro vestito meno impegnativo. Qualcosa che fa meno “fino alla morte” Magari un colore che dà possibilità, un bel viola? No, il viola fa proprio morte, allora un arancione. Ecco un arancione... ci staranno bene gli zaffiri sul vestito arancione? Ma poi chi lo vuole tutti questi zaffiri?

Esce la sarta.

Ritorna alla macchina da scrivere.

Oggi sposi, no. Domani sposi, non si sa. Allora forse metto, in un futuro, stessa data, ma nel 2027 sposi. Sì. Così dal 2027 alla morte ci passa meno tempo. Però dovrei metterci qualche spiegazione. Una frase significativa. Un motto. Se ti ami, ami.

Io mi amo, mi amo abbastanza? Forse dovrei proprio aspettare a sposarmi. Magari non mi amo a sufficienza. Magari l'amore che provo per lui, è un modo per distogliermi dalla verità, che io non mi amo abbastanza. Io lo so, non mi amo abbastanza. Me lo dicono tutti. Io sono troppo buona, me lo dicono tutti. Lui invece si ama, eccome se si ama! Lo vedo bene che si ama. Si ama, si ama e tutti lo amano troppo. Anche io forse lo amo troppo. E no, non va bene. E perché tutti non mi amano come amano lui? Secondo me, io non sono amata come gli altri amano lui. E allora che mi sposo a fare? A vedere lui che è amato da tutti gli altri e io no? E oltre a tutto questo amore, ci dovrei anche mettere il mio? Ma no, io il mio amore me lo tengo, me lo devo dare a me stessa.

Ecco. Ora mi sento più serena. Più serena.

PAUSA

CHIAMA LA SARTA

Secondo te, perché dovrei mettere un vestito lungo? Per coprire il mio corpo? Lo vedi che non amo il mio corpo a sufficienza? Ecco, allora pensa ad un bel vestito che mette in evidenza le mie forme, le mie tette, che le ho, e pure belle. Perché non dovrei mostrarle? Perché questo continuo nascondersi? Allora, pensa ad un vestito corto, aperto, libero, corto capito? Ci mancherebbe che io adesso, solo perché forse mi sposo, devo mettere un vestito che mi copra tutto. Certo, a lui piace perché così io non mi metto in mostra. Certo. Che stupida che sono stata, e nemmeno ci ho pensato prima, anche la tinta mi faccio. “Ma amore con i capelli bianchi stai benissimo” ma quale benissimo, sto stronzo. Benissimo perché così nessuno mi guarda più. Benissimo un cazzo, benissimo. Vestito lungo e capelli grigi, mica sono tua nonna. Sposati con tua nonna allora. Cazzo. Cazzo. Allora adesso mi chiami l'estetista e la parrucchiera. “A me piacciono le donne morbide” ma quali morbide, tu vuoi che metta su Kili così non mi guarda più nessuno. Sei proprio uno stronzo! Io ti odio, io ti faccio vedere, allora chiama anche la nutrizionista, che adesso mi faccio diventare un fisichetto che se mi sposo, tutti rimangono a bocca aperta. Vaffanculo! Ti prego (rivolta alla sarta) lasciami sola e chiama tutta sta gente. Io per il giorno del mio matrimonio devo essere la più bella. Ecco perché è dimagrito così tanto, mica per l'agitazione, ma perché voleva farsi figo. Sei proprio uno schifoso. Sto davvero subendo una incredibile violenza psicologica.

Esce la sarta

Credo di sentirmi male. Mi viene da vomitare. Ho un flusso molto abbondante. Mi sento svuotata. Sono stanca. Vorrei rimanere un po' sola. Sono già sola.

Ho una gran paura di fare un passo falso. Una gran paura di sbagliare. C'era una volta una bambina che non voleva più crescere. C'era una volta una donna che non voleva più sposarsi. Una volta c'era una donna che voleva sposarsi. E' scappata via? Non ritornerà più?

lunedì 10 dicembre 2012

IL GIOCATORE


MI VERSAVO IL LATTE ADDOSSO
(il giocatore)

Il fallimento me lo ha insegnato il mio maestro.
Ogni volta che cadi puoi aggiungere una crocetta in più sul tuo calendario dell'avvento. Il mio calendario dell'avvento è tutto pulito.
Non ho messo mai nessuna crocetta. E devo ancora imparare ad aprire le finestrelle. Sono ancora tutte chiuse.

Vorrei diventare un'altra persona.
La mia lotta è sempre stata questa. Lottare per non essere.
La mia esistenza si confondeva con altro.
La mia lotta si faceva carico di enormi pezzi di latte - intero - denso - consumato, e insieme di biscotti a pezzi, lasagne con troppo sugo e i minestroni della nonna.
Una esistenza che andava avanti e indietro e non si fermava mai a cercare delle risposte vere nell'immensità dei miei occhi, che mi sono sempre sembrati molto piccoli.
Lì, nei miei occhi ho sempre visto le cose che non andavano.
Lì, nei miei occhi, come potevo vedere lontano, se, quegli specchi dell'anima per me, erano soltanto piccole fessure sbiadite?
Tutto quello che mi accadeva nella vita si mischiava e non prendeva mai un significato profondo.
Il mio significato profondo di essere qui.
Alle volte me lo chiedevo “Ma cosa ci sto facendo qui?”
Ma le risposte erano vaghe, mai ascoltate.
Io sono un essere venuto al mondo per vivere.
Ma vivere come?
Come faccio a imparare come si vive?

Così è stato con il gioco. Un'avventura che mi ripeteva ogni attimo, che sarebbe finita proprio in quell'attimo in cui stava incominciando.
Mi sono versata tutto il latte addosso.
Come quando da piccola, forse per agitazione e fragilità, mi versavo la tazza di latte bollente con dentro il nesquik, sul grambiulino bianco.
Ogni mattina succedeva la stessa cosa.
E ogni mattina mi tiravo via il grambiule bianco. Forse qualche volta sarò andata a scuola senza grambiule. Andare a scuola corrispondeva al momento della morte terrena dei miei sensi ludici.
Sopratutto il confronto. Mi sembravano tutti più alti di me. Tutti più belli. Tutti più. Ma io sapevo che dentro avevo qualcosa. Una voce precisa che mi sussurrava dentro il mio orecchio e arrivava fino al cuore. Me lo diceva la mia vocina. Tu sei speciale. Tu farai qualcosa di importante.
Alle volte quel profondo parlato mi portava lontano dai banchi e dalle maestre.
Ma poi tornavo precipitando lì in quell'esistenza. Per me faticosa.

Giocavo per ridere. Veramente all'inizio mi divertivo molto. Ed ero molto fortunata.
Lavoravo come centralinista per una società di Assicurazione “Super Mas” e ogni mattina ripetevo sempre la stessa frase “Buon giorno, sono la centralinista della Ditta di Ass. Super Mas, noi ci occupiamo di tutto, dal vostro bollo, al vostro sedere”
Lavoravo per otto ore, sei euro l'ora, sei per otto fa 48, una fatica tremenda, un mal di testa continuo e arrivavo al 25 di dicembre senza nemmeno riuscire a compare i regali di natale.
Così mi sono sognata mia nonna. Mi ha detto nel sogno … 3. Avevo saputo che se qualcuno in sogno ti appare e ti raccomanda un numero, quel numero lo devi giocare. Così sono andata a giocarlo. “Su quale ruota?” mi ha detto il tabaccaio. “Cosè una ruota?” ho detto io. “”Su quale ruota vuoi giocare il tuo numero? Milano, Napoli, Roma, Genova ...” E io “Non lo so. Però mi sono sognata mia nonna che mi ha detto 3” e lui “Sua nonna è viva? E' morta? E' italiana? Vive qui? Di che origini è? E' sposata? Ha figli?” Dopo un lungo interrogatorio avevamo trovato la ruota giusta. Ho giocato. E ho vinto. 700 euro. In soli tre minuti. Io ne guadagno meno al mese. 700 euro in soli tre minuti. Non ci potevo credere. Ma allora sono davvero una ragazza fortunata!
Se la fortuna arriva e bussa alla porta, devi continuare a tenere la porta aperta.
Così ho aspettato che mia nonna mi parlasse di un altro numero.
E ho iniziato a monitorare i miei sogni.
Taccuino e penna vicino al comodino.
Ore 04,00 – sogno un cavallo che mi guarda e mangia- cavallo n. 7 – fieno n. 15 – guardare … è complicato ...guardare con circospezione (no), guardare con entusiasmo (no), guardare l'ora della propria morte (no) guardare una mucca (no, era un cavallo, e poi non ero io a guardare lui, ma lui a guardare me), guardare l'aldilà (no, è solo un cavallo che mi sta guardando, a meno che, il cavallo non rappresenti qualcosa di altro, allora cerco – interpretazione simbolica del cavallo, potrebbe anche essere “fallo” e allora potrebbe anche essere un sogno erotico, allora ricominciamo da capo, il cavallo è un fallo, n.8, io a che numero corrispondo? Se conto tutte le lettere del mio nome dovrei essere un 15, ma, escludendo nome e cognome …).
Ore 06,00 – sogno mia madre che mi regala un pelusche – madre n. 66, regalo n. 7, pelusche … anche qui l'interpretazione simbolico numerica vacilla, e anche qui il peluche potrebbe essere un fallo, allora è sempre lo stesso numero, 8 – e mia madre potrebbe anche rappresentare altro, forse il mio desiderio nascosto di essere lesbica, allora lesbica n. 25, ma che c'entra con il fallo, n. 8 …
Ore 05,45 – sogno il fallo di Brad Pitt. Non ho voluto svegliarmi affatto. Me lo sono goduto fino alla fine del sogno. E l'unico particolare che mi ricordo, è il numero 8.

Io non ha mai pensato di diventare dipendente da qualcosa.
Anche quando ho iniziato a fumare la prima volta credevo che fosse solo quella volta.
Ero davanti allo specchio della camera di mia madre. Mi ero vestita con la minigonna (sua) e i tacchi (suoi) e i trucchi (sempre suoi). Lì davanti mi osservavo con intensa curiosità.
Non riuscivo a capire se fossi bella oppure no. Ho preso la mia sigaretta tra le mami.
L'ho accesa. Ho cercato di fare qualcosa con il respiro, ma stavo soffocando. Poi nel soffocamento le lacrime che mi scendevano si mischiavano con il trucco di mia madre, le gambe iniziavano a cedermi e sono caduta a terra, appiccicata allo specchio.
Violentemente lo specchio mi ha voluta tutta per sé, e io non potevo fare altro che guardare – me – stessa –

Sono uscita dall'incubo del sogno e dei numeri e dei falli, perchè grazie a Dio lo Stato, si è inventato una serie di schedine e gratta e vinci, totip, milionario tutta la vita, turista per sempre, win for life, e poi new slot nei bar e nelle tabaccherie, video lottery, video poker da fare direttamente su computer, semplicemente cliccando “metti il tuo numero di carta di credito”, tutto legale, gioco, che non lo chiamano d'azzardo. Chissà perchè. Giocare con prudenza, come quando la signorina elettronica ti dice “prego introdurre la tessera” “prego introdurre il biglietto” “arrivederci e guidate con prudenza”. Giocate con prudenza. La prudenza la dovete cercare dentro di voi, non dentro di noi, perchè noi siamo i MONOPOLI di Stato e dentro di noi la prudenza non è mai troppa, infatti proprio per essere prudenti, dentro di noi ci sono dieci concessionarie – società segrete – che vanno a fare le gite dai tabacchini e invece che regalargli dei fiori e dei salami, gli danno gli apparecchi e li installano dentro i loro negozi. Così tu vai a mettere tante monete d'oro nelle macchinette che fanno sempre più soldi, i soldi se li vengono a prendere quelle società segrete, (le società segrete concessionarie dello stato), che si tengono una parte delle monete d'oro e l'altra parte delle monete la danno ai Monopoli. Bè ma allora se è tutto così chiaro e limpido allora perchè non dovrei mettermi a giocare? Voglio giocare, voglio giocare, voglio giocare, voglio giocare!
Alcune persone sono particolarmente brave in alcuni giochi dei casinò online, come poker, bleckjack, slot e fruit machine. Se sei così fortunato, e io credo che tu lo sia – se nò, non saresti qui – vai online e comincia a giocare e in breve tempo accumulerai denaro sul tuo conto! Tanto denaro! Certamente la fortuna ha un ruolo decisivo, ma, anche la capacità di giocare alle fruti machine ha la sua parte. E tu, sei un tipo eccezionale. IO SONO UN TIPO ECCEZZIONALE! Molti casinò online premiano i loro giocatori (gli portiamo via anche le mutande) per la loro capacità nelle fruit machine, e qui, dico, qui, ce ne sono un numero eccezionale, ECCEZZIONALE, quindi trova quello che ti piace di più, ti è più familiare, e gioca! Gioca!, Gioca! Io voglio giocare, io voglio giocare voglio giocare, AH! I nostri modelli, on line, sono decisamente più interessanti di quelli che trovi nei pub o nei centri commerciali, i nostri modelli hanno una grafica più moderna, e i nostri pulsanti unici, i nostri pulsanti – hold, premi hold – attesa, e nudge, premi nudge – spinta, Io voglio giocare, voglio giocare, NOI NASCIAMO COME GRUPPO LEADER NEL SETTORE DEL GIOCO, siamo nati per rispondere alle esigenze del cliente, del suo stile di vita frenetico, moderno, noi siamo vicini al TUO STILE DI VITA, ti garantiamo un servizio pratico, veloce e usufruibile ovunque, OVUNQUE, per giocare e vincere, come dove e quando vuoi, Io voglio giocare, giocare, io voglio giocare”

E poi? Poi sento la radio, tante voci che parlano, basse, sento solo qualche parola, sento voci di persone che parlano, la crisi, economia, politica, europa, sento solo delle piccole voci, lontano, sento freddo, ma fuori non fa freddo, sento freddo e sudo, sento la storia di un uomo, che racconta. La sua storia. Non mi sono mai divertito a giocare. E non ho mai vinto. Ho sempre perso e continuo a perdere. Più perdevo più giocavo. Un giorno ho chiamato mia figlia al telefono, le ho detto, ho perso ancora, mi sentivo male, e ho giocato, e ho perso ancora. Mi figlia mi ha detto, ti voglio bene, ma io non sono malato, lo so, ha detto sua figlia, io ti voglio bene, ed io invece ero davanti al computer con la mia carta di credito, erano le otto del mattino e ancora stavo lì davanti, non riuscivo a fermarmi. Mi sono immaginata mio padre, che mi accarezzava la testa, mi diceva anche lui, ti voglio bene. Perchè non vado fuori a bere una cioccolata calda? Non lo so. Hai paura? No. Hai paura? Sì.

La mia paura è di stare nella vita. Non ci voglio stare lì in mezzo. La mia paura è dovere vivere con la mia paura. La mia paura è la più grande bugia della mia vita. Mi asciugo i capelli. Mi specchio. Sono stanca. Dove sono finiti i miei occhi? I miei occhi piccoli. Tu non hai gli occhi piccoli. Sono belli. Mi asciugo i capelli.

Accarezzo i miei capelli. E poi passo la mia mano sui miei occhi. Dentro posso trovare ancora qualcosa. Dentro i miei occhi non trovo la paura. La paura è fuori. LA mia paura è solo fuori. Dentro ci sono i miei occhi. No, non sono piccoli. Sono enormi. E COSA CI VOGLIO VEDERE DENTRO?

C'è un segreto che mi sono dimenticata. La vita è dentro. La paura è fuori. La vita è dentro. E io sto fuori. La vita è dentro e se la vedo ritorna fuori. La vita moltiplica di fiori. E io sono nei fiori. Sono nei fiori di un giardino. Mi guardo attorno e lì la paura non la trovo. Sono dentro.
C'è un segreto. Ogni carezza scende sul mio capo e mi prende per la mano. Dove vuoi che ti accompagno stamattina? Vuoi che andiamo a bere una cioccolata calda? E se me la verso addosso come facciamo? La puliamo. Tiri via il tuo bel grembiule e te ne metti un altro. Oppure ti tieni tutta quella cioccolata calda addosso. Senza più un grembiule. A me non sono mai piaciuti i grembiuli bianchi. Per le femmine. Neri, per i maschi. A me non sono mai piaciuti. E nemmeno le iniziali. Il mio nome e il mio cognome. Dentro ci sto stretta. Non lo voglio mettere più.

Potrei fare un altro gioco. Un altro gioco ancora. Magari un gratta e vinci. E se poi vinco metto i soldi da parte e non li uso. Stavolta sono sicura che posso vincere. Me lo sento che posso vincere.

Posso vincere un bel cavolo secco. Posso vincere una cicoria andata a male. Posso vincere un uovo sbattuto senza zucchero, ma con il sale che fa schifo. Posso vincere un enorme cesto di pomodori da lanciare alla prima alla scala, anche se lo spettacolo mi piace, così tanto per farlo, posso vincere una merendina kinder al cioccolato e mangiarmela in un morso e sporcarmi tutto intorno alla bocca, posso vincere una marmellata di albicocche, così poi faccio la torta sacher, più buona della pasticceria sotto casa, posso vincere una fortuna di vermi, da coltivare per terra, i vermi mi fanno schifo, ma poi dicono che ci si fanno un sacco di cose, forse pescare, posso vincere una canna da pesca e gli stivali per l'acqua, posso vincere una zattera di legno e una noce di cocco e fare finta di essere Venerdì, così posso rimanere muta per tutto il tempo, posso nuotare dentro la corsia di acqua gim e far inciampare nell'acqua tutte le signore ciccione, posso rompere una gamba al custode del mio palazzo e dare la colpa al figlio della signora del terzo piano, posso mettere il mio sedere comodo in un cinema e parlare ad alta voce tutto il tempo disturbando chi mi sta vicino, e magari lanciare qualche pop - corn a caso, posso bere un litro di birra e vomitare davanti alla porta del prete che mi voleva fare pagare un affitto di mille euro per il suo teatro eletto, posso tifare la squadra che mi sta più antipatica solo perchè sta vincendo. Posso vincere una sacco di belle cose se decido di non giocare quella schedina.

Allora che vuoi fare?

Voglio andare a bermi una cioccolata calda.
Hai paura?
No
Hai paura
no
hai paura?
Si ma non me ne frega niente.

Sono entrata di nuovo in una tabaccheria. Ho comprato le sigarette. C'era del resto. Il tabaccaio mi ha detto “allora, vuoi giocare qualcosa? Che sogno hai fatto questa notte?”

“Ho sognato che mi trovavo in un teatro, dietro alle quinte. Stavo registrando della musica. Brahms. Il quartetto di archi della scala. All'inizio era spaventata. La musica correva troppo veloce. Le emozioni anche. La musica correva veloce, e io stavo lì, cercavo di frenare qualcosa ma non ci riuscivo. Cercavo di mantenermi distante ma non ce la facevo. Avevo un nodo alla gola. Uno spazio di vuoto e terrore.
Uno spazio di assenza.
Ma non ci volevo stare lì dentro.
Mi faceva troppo male.
Era un immenso volume di emozioni, tutte insieme, precipito in un ascolto senza fine, precipito in una visione che non ha immagini chiare, ascolto suoni che mi mandano dentro un ciclo di crescere immenso … taglio le corde delle mie cuffie, butto giù la mia sedia piccola, voglio veder chi suona.
Ascolta il rumore di ciò che ti fa così male, ascolta le parole di un piccolo volume di silenzio, è solo un soffio e non fa male.
Un passaggio, ho preso un passaggio e sono scivolata in qualcosa che mi fa ancora paura. La mia paura della bellezza.

PAUSA
PAUSA
PAUSA

(MOMENTO DI SILENZIO ASSOLUTO)

Sarà stato anche un dolore dell'amore che mi ha portato fino a qui, sarà stato un enorme sbaglio che ho fatto, sarà stato solo uno sbaglio, sarà stata la paura che ricapitasse tutto di nuovo. In ogni forma sbagliata, posso ritrovare quella sensazione di falso in bilancio.

Il quartetto finisce di suonare. La gente si alza in piedi. Estasiata. Inizia ad applaudire. Bravi, bravi bravi! E io sono lì in mezzo al pubblico. Io sto applaudendo tutta quella bellezza. E grido, bravi, bravi, bravi. BRAVI! E poi il quartetto di archi indica me dal palco, e mi ringrazia, e mi urla brava, brava, allora la gente si volta verso di me e mi dice, brava, brava, brava! La signora con la pelliccia di fianco a me mi sorride, mi dice, brava, hai fatto proprio una bella registrazione, se non c'eri tu, noi, come potevamo ascoltare tutto questo?

E poi mi sveglio.
Accendo la radio.
E mi metto ad ascoltare.
E' è proprio lì, la mia musica preferita.
E sono di nuovo viva.





domenica 9 dicembre 2012

il giocatore - prima parte




MI VERSAVO IL LATTE ADDOSSO
(il giocatore)

Il fallimento me lo ha insegnato il mio maestro.
Ogni volta che cadi puoi aggiungere una crocetta in più sul tuo calendario dell'avvento. Il mio calendario dell'avvento è tutto pulito.
Non ho messo mai nessuna crocetta. E devo ancora imparare ad aprire le finestrelle. Sono ancora tutte chiuse.

Vorrei diventare un'altra persona.
La mia lotta è sempre stata questa. Lottare per non essere.
La mia esistenza si confondeva con altro.
La mia lotta si faceva carico di enormi pezzi di latte - intero - denso - consumato, e insieme di biscotti a pezzi, lasagne con troppo sugo e i minestroni della nonna.
Una esistenza che andava avanti e indietro e non si fermava mai a cercare delle risposte vere nell'immensità dei miei occhi, che mi sono sempre sembrati molto piccoli.
Lì, nei miei occhi ho sempre visto le cose che non andavano.
Lì, nei miei occhi, come potevo vedere lontano, se, quegli specchi dell'anima per me, erano soltanto piccole fessure sbiadite?
Tutto quello che mi accadeva nella vita si mischiava e non prendeva mai un significato profondo.
Il mio significato profondo di essere qui.
Alle volte me lo chiedevo “Ma cosa ci sto facendo qui?”
Ma le risposte erano vaghe, mai ascoltate.
Io sono un essere venuto al mondo per vivere.
Ma vivere come?
Come faccio a imparare come si vive?

Così è stato con il gioco. Un'avventura che mi ripeteva ogni attimo, che sarebbe finita proprio in quell'attimo in cui stava incominciando.
MI sono versata tutto il latte addosso.
Come quando da piccola, forse per agitazione e fragilità, mi versavo la tazza di latte bollente con dentro il nesquik, sul grambiulino bianco.
Ogni mattina succedeva la stessa cosa.
E ogni mattina mi tiravo via il grambiule bianco. Forse qualche volta sarò andata a scuola senza grambiule. Andare a scuola corrispondeva al momento della morte terrena dei miei sensi ludici.
Sopratutto il confronto. Mi sembravano tutti più alti di me. Tutti più belli. Tutti più. Ma io sapevo che dentro avevo qualcosa. Una voce precisa che mi sussurrava dentro il mio orecchio e arrivava fino al cuore. Me lo diceva la mia vocina. Tu sei speciale. Tu farai qualcosa di importante.
Alle volte quel profondo parlato mi portava lontano dai banchi e dalle maestre.
Ma poi tornavo precipitando lì in quell'esistenza. Per me faticosa.

Giocavo per ridere. Veramente all'inizio mi divertivo molto. Ed ero molto fortunata.
Lavoravo come centralinista per una società di Assicurazione “Super Mas” e ogni mattina ripetevo sempre la stessa frase “Buon giorno, sono la centralinista della Ditta di Ass. Super Mas, noi ci occupiamo di tutto, dal vostro bollo, al vostro sedere”
Lavoravo per otto ore, sei euro l'ora, sei per otto fa 48, una fatica tremenda, un mal di testa continuo e arrivavo al 25 di dicembre senza nemmeno riuscire a compare i regali di natale.
Così mi sono sognata mia nonna. Mi ha detto nel sogno … 3. Avevo saputo che se qualcuno in sogno ti appare e ti raccomanda un numero, quel numero lo devi giocare. Così sono andata a giocarlo. “Su quale ruota?” mi ha detto il tabaccaio. “Cosè una ruota?” ho detto io. “”Su quale ruota vuoi giocare il tuo numero? Milano, Napoli, Roma, Genova ...” E io “Non lo so. Però mi sono sognata mia nonna che mi ha detto 3” e lui “Sua nonna è viva? E' morta? E' italiana? Vive qui? Di che origini è? E' sposata? Ha figli?” Dopo un lungo interrogatorio avevamo trovato la ruota giusta. Ho giocato. E ho vinto. 700 euro. In soli tre minuti. Io ne guadagno meno al mese. 700 euro in soli tre minuti. Non ci potevo credere. Ma allora sono davvero una ragazza fortunata!
Se la fortuna arriva e bussa alla porta, devi continuare a tenere la porta aperta.
Così ho aspettato che mia nonna mi parlasse di un altro numero.
E ho iniziato a monitorare i miei sogni.
Taccuino e penna vicino al comodino.
Ore 04,00 – sogno un cavallo che mi guarda e mangia- cavallo n. 7 – fieno n. 15 – guardare … è complicato ...guardare con circospezione (no), guardare con entusiasmo (no), guardare l'ora dela proprio morte (no) guardare una mucca (no, era un cavallo, e poi non ero io a guardare lui, ma lui a guardare me), guardare l'aldilà (no, è solo un cavallo che mi sta guardando, a meno che, il cavallo non rappresenti qualcosa di altro, allora cerco – interpretazione simbolica del cavallo, potrebbe anche essere “fallo” e allora potrebbe anche essere un sogno erotico, allora ricominciamo da capo, il cavallo è un fallo, n.8, io a che numero corrispondo? Se conto tutte le lettere del mio nome dovrei essere un 15, ma, escludendo nome e cognome …).
Ore 06,00 – sogno mia madre che mi regala un pelusche – madre n. 66, regalo n. 7, pelusche … anche qui l'interpretazione simbolico numerica vacilla, e anche qui il peluche potrebbe essere un fallo, allora è sempre lo stesso numero, 8 – e mia madre potrebbe anche rappresentare altro, forse il mio desiderio nascosto di essere lesbica, allora lesbica n. 25, ma che c'entra con il fallo, n. 8 …
Ore 05,45 – sogno il fallo di brad pitt. Non ho voluto svegliarmi affatto. Me lo sono goduto fino alla fine del sogno. E l'unico particolare che mi ricordo, è il numero 8.

Io non ha mai pensato di diventare dipendente da qualcosa.
Anche quando ho iniziato a fumare la prima volta credevo che fosse solo quella volta.
Ero davanti allo specchio della camera di mia madre. Mi ero vestita con la minigonna (sua) e i tacchi (suoi) e i trucchi (sempre suoi). Lì davanti mi osservavo con intensa curiosità.
Non riuscivo a capire se fossi bella oppure no. Ho preso la mia sigaretta tra le mami.
L'ho accesa. Ho cercato di fare qualcosa con il respiro, ma stavo soffocando. Poi nel soffocamento le lacrime che mi scendevano si mischiavano con il trucco di mia madre, le gambe iniziavano a cedermi e sono caduta a terra, appiccicata allo specchio.
Violentemente lo specchio mi ha voluta tutta per sé, e io non potevo fare altro che guardare – me – stessa –

Sono uscita dall'incubo del sogno e dei numeri e dei falli, perchè grazie a Dio lo Stato, si è inventato una serie di schedine e gratta e vinci, totip, milionario tutta la vita, turista per sempre, win for life, e poi new slot nei bar e nelle tabaccherie, video lottery, video poker da fare direttamente su computer, semplicemente cliccando “metti il tuo numero di carta di credito”, tutto legale, gioco, che non lo chiamano d'azzardo. Chissà perchè. Giocare con prudenza, come quando la signorina elettronica ti dice “prego introdurre la tessera” “prego introdurre il biglietto” “arrivederci e guidate con prudenza”. Giocate con prudenza. La prudenza la dovete cercare dentro di voi, non dentro di noi, perchè noi siamo i MONOPOLI di Stato e dentro di noi la prudenza non è mai troppa, infatti proprio per essere prudenti, dentro di noi ci sono dieci concessionarie – società segrete – che vanno a fare le gite dai tabacchini e invece che regalargli dei fiori e dei salami, gli danno gli apparecchi e li installano dentro i loro negozi. Così tu vai a mettere tante monete d'oro nelle macchinette che fanno sempre più soldi, i soldi se li vengono a prendere quelle società segrete, (le società segrete concessionarie dello stato), che si tengono una parte delle monete d'oro e l'altra parte delle monete la danno ai Monopoli. Bè ma allora se è tutto così chiaro e limpido allora perchè non dovrei mettermi a giocare? Voglio giocare, voglio giocare, voglio giocare, voglio giocare!
Alcune persone sono particolarmente brave in alcuni giochi dei casinò online, come poker, bleckjack, slot e fruit machine. Se sei così fortunato, e io credo che tu lo sia – se nò, non saresti qui – vai online e comincia a giocare e in breve tempo accumulerai denaro sul tuo conto! Tanto denaro! Certamente la fortuna ha un ruolo decisivo, ma, anche la capacità di giocare alle fruti machine ha la sua parte. E tu, sei un tipo eccezionale. IO SONO UN TIPO ECCEZZIONALE! Molti casinò online premiano i loro giocatori (gli portano via anche le mutande) per la loro capacità nelle fruit machine, e qui, dico, qui, ce ne sono un numero eccezionale, ECCEZZIONALE, quindi trova quello che ti piace di più, ti è più familiare, e gioca! Gioca!, Gioca! Io voglio giocare, io voglio giocare voglio giocare, AH! I nostri modelli, on line, sono decisamente più interessanti di quelli che trovi nei pub o nei centri commerciali, i nostri modelli hanno una grafica più moderna, e i nostri pulsanti unici, i nostri pulsanti – hold, premi hold – attesa, e nudge, premi nudge – spinta, Io voglio giocare, voglio giocare, NOI NASCIAMO COME GRUPPO LEADER NEL SETTORE DEL GIOCO, siamo nati per rispondere alle esigenze del cliente, del suo stile di vita frenetico, moderno, noi siamo vicini al TUO STILE DI VITA, ti garantiamo un servizio pratico, veloce e usufruibile ovunque, OVUNQUE, per giocare e vincere, come dove e quando vuoi, Io voglio giocare, giocare, io voglio giocare”

mercoledì 21 novembre 2012

Un condominio.


    Riccardo ha 35 anni, vive ancora con sua madre. Anziana donna. Si chiama Gina. Capelli grigi. Porta sempre le scarpe con un po’ di tacco. Anche dentro casa. Riccardo è un cantante lirico. E’ bravo? Sì, lo è. Ma un talento che rimane chiuso dentro la sua stanza e nel cuore di sua madre. Che sa di quanto suo figlio sia bravo. Alla morte del padre decise che avrebbe sacrificato un po’ della sua pensione per aiutarlo nei suoi studi. “Quando diventerai famoso, allora sì, me li ridarai tutti, adesso non ti devi preoccupare.” E lui non se ne preoccupò. Affatto. Lei ora lo guardava. Cercando di capire dove avesse sbagliato. Perché ora lei era certa di avere sbagliato qualcosa. Specialmente quando parlava con la vicina del terzo piano. Sì, di suo figlio Gilberto, un ingegnere. Il figlio ingegnere della vicina del terzo piano guadagnava seimila euro al mese viveva alle isole Wite e presto, a sua detta si sarebbe sposato. Gilberto guadagnava un seimila euro al mese. E’ vero. Viveva alle isole White. E’ vero anche questo. E forse era anche vero che si sarebbe sposato. Forse. Davvero. Certamente forse.
    Così all’oscuro dei davvero e certamente “forse” la mamma di Riccardo si stava interrogando sul futuro del suo giovane figlio. Cioè, si diceva, io alla sua età avevo già fatto due bambini, lavoravo e tenevo la casa, da sola.
    La Signora Gina si stava seriamente interrogando su suo figlio.
    Accanto alla porta della Signora Gina, abitava Luigi. Un ragazzo siciliano. Con la sua fidanzata, con il suo amico, l’amico del suo amico, l’amico dell’amico del suo amico e un gatto. Giò. Un bilocale sovraffollato. Di rumore di musica di persone di fumo legale e non. Luigi e tutti gli amici suoi erano perfetti studenti mantenuti. Da circa dieci anni. Nessuno di loro veniva mai abitato da parole come senso di responsabilità, esami, lavoro, guadagnare, denaro. Vivevano alla giornata che poteva iniziare alle tre del pomeriggio essere sospesa alle sette e ripresa alle undici di sera per poi finire alle cinque del mattino.
  • La Signora Gina non aveva visto di buon occhio quei ragazzi già dal primo giorno. Quando Giò il gatto era andato in calore. Lei non poteva sopportare quei lamenti gattini e soprattutto quell’odore felino. E non sopportava più nemmeno l’odore umano di Luigi e tutti gli amici suoi. Aveva cercato di scrivere all’amministratore a tutti i condomini del palazzo aveva lasciato lettere minatorie era persino arrivata a rubare l’ombrello di Luigi, che se pur rotto, le aveva dato una grande soddisfazione. Ma tutto questo non era servito a niente. Luigi e gli amici suoi ancora stavano lì.
    La terza porta del pianerottolo era abitato da un’anziana Signora. Di circa 90 anni. Viveva sola.
    Maria. La signora Maria ogni venerdì della settimana chiamava i pompieri la polizia e l’autoambulanza. Si sentiva sempre degli strani fremiti vicino al cuore. Così al minimo accenno di dolore lei prendeva il telefono e componeva solo con un tocco di dito…l’uno per i pompieri, due per la polizia, tre per l’autoambulanza. Un giorno arrivò il venerdì. Lei era gia pronta davanti al telefono un po’ in dubbio su quale tasto schiacciare. Facciamo l’uno. Si, facciamo l’uno. Schiaccio il tasto. Parlo con l’operatore Francesco. Francesco la ascoltava. E Maria faceva traboccare ogni malore e un grave sentore di pericolo di morte. Va bene, disse l’operatore Francesco, lei non si deve preoccupare mi lasci il suo indirizzo. Lei lo fece. Poi uscì per andare a fare la spesa. Certo era venerdì. Lei non avrebbe mai fatto la spesa di sabato. Uscì con la sua lista della spesa. Maria girava beata da uno scaffale di biscotti morbidi a quello dei sanitari, dal bancone della carne macinata a quello del pane fresco. Un etto di qua, un salame di là, un dolcino di qui e un assaggino di lì. Nello stesso istante una squadra speciale di pronto intervento arrivò sotto casa di Maria. Suonarono alla porta telefonarono e risuonarono. La squadra speciale si guardò negli occhi. Dobbiamo chiamare i vigili del fuoco, arrampicarci ed entrare dalla finestra. State pronti. Potrebbe avere lasciato anche il gas aperto. Arrivarono anche i vigili del fuoco, proprio mentre la Signora Maria stava raccogliendo i punti per comprare un pentola antiaderente. Era allegra. Ne aveva già raccolti milleuno. Gliene mancavano soltanto venti. I vigili del Fuoco erano gia arrivati al quinto piano. La Signora Maria stava attraversando la strada. I Vigili del Fuoco spaccarono la sua finestra. La Signora Maria stava entrando dentro il portone. I Vigili del fuoco provvisti di mascherina erano finalmente entrati dentro casa. La Signora Maria con le chiavi di casa, pure.
    Intanto al terzo piano una famiglia di indiani stava facendo il bucato. Milanel stendeva. Mamel suo marito la guardava. Milanel cercava di concentrarsi sui calzini sulle magliette. Mamel continuava a guardarla. La guardava ma pensava ad altro. Pensava all’incontro della mattina. Con il medico ginecologo. Dopo pochi mesi di arrivo in Italia sua moglie aveva lamentato dolori di ogni genere. Prima era un ciclo troppo abbondante, poi l’assenza di ciclo poi i dolori del ciclo poi le infezioni le irritazioni poi i pruriti poi il gonfiore addominale sotto e sopra uterino intra costale. In linguaggio indiano come pure in quello italiano, loro non erano ancora riusciti a fare l’amore. In linguaggio indiano come pure in linguaggio italiano tutto ciò per Mamel diventava decisamente frustrante. Per questo motivo decise di accompagnarla da un dottore ginecologo. Proprio mentre Milanel finiva di stendere il calzino blu, Mamel cercava di ricordare le parole di quel dottore “La Signora è affetta da una infezione fastidiosa che va avanti da mesi e che non è mai stata curata”. Quelle parole gli rimbombavano nella testa …c’era qualcosa che non tornava…qualcosa…che non lo convinceva
    Mentre Milanel stendeva l’ultima maglietta e Maria offriva un tè nero a tutta la squadra mobile, Riccardo intonava un armonico puro. Cercò di ascoltarsi e si emozionò per la purezza di quel suono. Riprese a cantare. Si stava esercitando su un passo di lirica tedesca barocca. Cantava con la parola liebe. “E’una canzone sulla guerra?” lo interrogò sua madre che era appena rientrata. “Mamma…è una canzone sull’amore, sull’amore, mamma non lo senti la malinconia, lo straziante struggente del testo?” No. Rispose sua madre. E aggiunse che ai suoi tempi le canzoni d’amore si capivano che erano d’amore. Riccardo quasi offeso le rispose che quella che stava cantando era datata ancora più di lei e sua madre invece che lanciargli la ciabatta col tacco gli rispose “Allora forse sei tu che non sai cantarla.” E iniziò a parlare del figlio della Signora Gironella la sua amica d’infanzia. Suo figlio era diventato capitano speciale e l’Arma gli aveva fatto dono di sedicimila spillette d’oro. Dato l’esagerato numero, La Signora Gironella gliene aveva regalate cento. Riccardo non la guardò nemmeno. Era rimasto intrappolato nell’ultimo rimando sonoro dove il protagonista dice “Die liebe dauert oder dauert nicht…” non riusciva ad estendere la sua voce come avrebbe voluto. Forse, pensò, guardando sua madre che iniziava a contare le spillette, forse non la so cantare perché io non so parlare d’amore…
    Potrei continuare a cantarla come fosse una canzone di guerra cantarla distaccato eseguendo senza emozione cantarla e basta solo con la voce e chi crede di stare ad ascoltare una canzone sulla guerra lo assecondo, almeno diranno che era una canzone sulla guerra molto commovente, commovente come può esserlo una canzone su violenza e morte, la morte dell’amore l’amore che muore …sì ti amerò fino a morirne ti amerò fino a morirne, lo dice la mia canzone, ti amerò fino a morirne, amore così estremo, devo riuscire a toccare quell’estensione, ma non ce la faccio…non ce la faccio. La mia vita ora non si muove.
    “Novantotto, novantanove, e cento!”
    La verità. Mamel si era trasferito in Italia da oramai sei anni. Una famiglia gli aveva dato da lavorare. Con assunzione con riconoscimento lui con riconoscenza aveva pure trovato una bella casa. In poco tempo imparò a parlare l’italiano. Dopo quattro anni la sua famiglia iniziò a dirgli che era ora di trovare moglie. Lui doveva tornare in India per sposarsi. E ritornare in Italia con la nuova moglie. Mamel non aveva proprio voglia di sposarsi. Aveva conosciuto una ragazza, Roberta. Uscivano ogni martedì per andare a prendere il gelato in piazza. Poi una mattina arrivò la telefonata. Sua madre diceva che avevo scelto una rosa di sei ragazze speciali. “E’ ora che tu torni figlio mio. E’ ora di prendere moglie.” A malincuore lui parti. Un mese. Aveva a disposizione un mese per trovare una moglie sposarla e tornare in Italia.
    Tutto dipendeva da lui. Lui entrava nella stanza della possibile sposa. La guardava. Le chiedeva “Come ti piace il gelato?, Sei ancora vergine? Qual è il tuo animale preferito? Ti piacerebbe trasferirti in Italia?”. Terminato il colloquio lui avrebbe avuto dieci secondi di tempo per decidere di pronunciare la frase “ti va di diventare mia moglie?”
    Solo che quella volta non la pronunciò. Quando entrò nella stanza e trovò lei. Piccola e minuta. Lo guardava e le veniva da ridere. “il gelato mi piace al cioccolato mi piace il gatto e mi piace pure l’india. Però non sono capace di cucinare. Mi vuoi portare in Italia?” e lui rispose si.
  • Si sposarono e lui tornò in Italia prima solo ma con una videocassetta del matrimonio che mostrò a tutti i vicini di casa. Sei ore di matrimonio indiano. Nella videocassetta si vedeva lui seduto a terra e tante donne di una certa età colorate e luccicanti che gli versavano addosso petali di rosa e liquidi gelatinosi. Il rito preparatorio durava soltanto due ore. Altre due ore di presentazione di tutti i parenti e le ultime due di celebrazione del marito e della moglie vi dichiaro, detto in lingua indiana. La Signora Gina sospirò e pensò che se pure l’indiano si era sposato forse c’era speranza anche per suo figlio, Luigi e gli amici suoi al secondo minuto di videocassetta decisero di fare rifornimento di stupefacenti, la Signora Maria si addormentò dimenticandosi del venerdì e Riccardo rifletteva. Pensava che da loro era tutto più semplice. Toccasse a me, pensava, la fortuna di scegliere una moglie tra sei donne diverse.
    Quella mattina la Signora del terzo piano ricevette una telefonata. Era di suo figlio Gilberto. Si, il lavoro va bene, i soldi anche, amici sì, tanti e stasera esco con Carolina, magari ti mando una foto che così la conosci. Erano le parole che arrivavano dall’altro capo del telefono. Parole che la Signora del terzo piano andò subito a riferire alla Singora Gina. E fu in quel momento che Gilberto allungò la sua mano verso Frances, Frances come Francesco Garcia Rodrigez. Allungò la sua mano sulla sua spalla. Poi più in là. E poi.
    Mamel tornò in Italia. Si preparò sei mesi per l’arrivo di sua moglie, che passarono veloci . E lei arrivò. Non sorrise quando vide il paese in cui viveva Mamel non sorrise quando vide la casa e nemmeno sorrise quando vide Luigi e gli amici suoi che non riuscivano ad aprire la serratura della loro porta di ingresso. Forse perché non era la loro porta di ingresso. Mamel le aveva comprato un gelato al cioccolato e aveva chiesto in prestito il gatto di Luigi e gli amici suoi, che però si era rifiutato di entrare nella casa di Mamel perché a lui, Giò, la cipolla non piaceva. Milanel si rinchiuse in casa e per settimane non uscì. Le signore del condominio curiose e gentil donne cercarono di parlare con Milanel attraverso Mamel e Mamel cercava di parlare con sua moglie attraverso le donne del condominio. Ma non fu un gran dialogo perché lei si rifiutava di parlare sia con loro che con lui. Cioè con lui parlava. O piuttosto. Piangeva. Lamentava sempre dolori intimi, fastidi, irritazioni…non posso farlo ancora, gli sussurrava in lingua indiana…sono troppo provata da tutto questo dolore. Lui aveva già sentito parlare della scusa del mal di testa, ma non voleva dubitare dell’onestà di sua moglie. Finché un giorno dopo settimane decise di portarla all’ospedale. Lei entrò nella sala del medico ginecologo. E lui pure. Milanel non capiva e non parlava l’italiano. La visita iniziò. Mamel si stupì del fatto che quel signore il ginecologo aveva avuto la fortuna di essere in intimità con sua moglie ancora prima di lui. Ma il pensierò durò un attimo. Il ginecologo alzò la testa e osservò la ragazza. Contemporaneamente parlava con lui. “La Signora è affetta da una infezione fastidiosa che va avanti da mesi e che non è mai stata curata”. Ha tradotto? Disse il dottore? Mamel tradusse mentre il dottore continuava a guardare la ragazza che intanto si versava di lacrime. Eppure…pensava Mamel mentre apriva la porta di casa…eppure…eppure…
    Pensiero pensante
    Pensiero vicino alla comprensione
    Comprensione
    Capì all’improvviso. Capì. Per un attimo ricordò con precisione le esatte parole del dottore “La Signora è affetta da una infezione fastidiosa che va avanti da mesi e che non è mai stata curata, e che si trasmette solo per via sessuale”
    Improvvisa comprensione di parole. Tutte le parole. Improvvisa comprensione di parole. Tutte.
    Come può mia moglie avere un’infezione di quel tipo che si trasmette solo per vie sessuali se con me l’amore non l’ha mai fatto?
    E un ulteriore bagliore si accese sul suo volto… “si mi piace il gelato al cioccolato, mi piacciono i gatti, mi piace l’india, mi vuoi portare in Italia con te?” E comprese che lei, quel giorno rispose soltanto a tre delle sue quattro domande.
    Scadenza. La scadenza di dovere pagare l’affitto entro la fine del mese per Mamel, la scadenza di trovare i soldi per comprare altra roba da bere per Luigi e gli amici suoi, la scadenza di preparare quei versi amorosi per Riccardo.
    Davanti al suo pianoforte rilesse la musica. E i versi d’amore. Un testo sul sacrifico dell’amore. L’amore che va oltre la morte perché l’amato arriva fino all’ultimo istante, e in quell’istante si dà alla morte per mantenere vivo il suo amore. Ma che significa tutta questa roba. Come si fa a donare qualcosa che nemmeno si ha, la vita se te la togli te la togli e non ti rimane niente, nemmeno il ricordo ti rimane, il sacrificio poi si dimentica in fretta, ma poi che assurdità sacrificarsi per un corpo, non è generosità questa, vuol dire essere proprio stupidi.
    Dall’appartamento vicino Luigi e gli amici suoi ascoltavano Tenco e cantavano intonando certe parole “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare, perché volevo qualcuno da amare, la notte, parole d’amore. Parole d’amore.”
    Più non ho voglia di sentire parlare d’amore più sono costretto ad ascoltarlo, urlò in silenzio Riccardo. Si dimenticò di sistemare i suoi spartiti, lasciò il pianoforte aperto ed uscì. Camminò a lungo senza sapere dove, camminò per cercare di far uscire fuori tutta la sua rabbia, anche se non sapeva di preciso perché, la rabbia c’era, punto e basta. Camminò e si fermò di fronte ad una piccola casa che aveva un terrazzo ben visibile, era al primo piano. C’era una ragazza nera, ballava, con la musica nelle cuffiette e cantava nel silenzio di quella stradina desolata. Aveva un vestitino leggero, a fiori senza scarpe. Si infilava nell’aria il corpo e la musica la sua voce e il suo ballo. Ogni tanto passava qualcuno che osservandola si metteva a ridere. Ma a lui non veniva da ridere. Le piaceva. Lei continuava a ballare e lui si emozionò. Da uomo. Così che per un momento il piacere si sostituì alla rabbia.
    Suonò alla porta della Signora Maria Luigi. Gli amici suoi erano rimasti in casa a curare il gatto che intanto era scappato dalla finestra e osservava il tramonto. Miao. Sospirò. Luigi suono per tre volte, violentemente, e ancora nessuno apriva la porta. Risuonò e risuonò. Prima silenzio. Poi, un gran rumore e una specie di caduta. Luigi si spaventò, iniziò a gridare, Signora Signora va tutto bene? La Signora non rispose. Allora chiamò gli amici suoi, ma a nessuno di lare parve importante alzarsi, per un presunto rumore non identificato. Tornò in casa e chiamò il 113. “Centralino, Buongiorno. Se deve denunciare un furto prema uno, se una violenza due, se un assassinio tre, se sospetti di possibile violenza quattro, se incidente automobilistico cinque….” Luigi arrivò fino al numero sedici poi cerco di urlare ma c’era soltanto la segreteria che disse “se volte parlare con un operatore schiacciate 12984387389184731847. Arrivederci.” Intanto la Signora Maria era morta davvero.
    Soltanto cinque ore dopo arrivarono i pompieri. E i soccorsi. Nessuno poteva credere che Maria fosse morta davvero. Un pompiere mentre si asciugava le lacrime telefonò a sua moglie per dirle che l’amava, un altro ancora si nascose dietro la porta del portone, sperando che la Signora Maria potesse comparire da un attimo all’altro, il comandante dei carabinieri abbassò il suo cappello e scosse la testa. Luigi in piedi guardava. Rigido e controllato non riusciva nemmeno a prendere un respiro. Doveva piangere? Doveva ridere? Dove erano finiti tutti gli amici suoi?