lunedì 10 dicembre 2012

IL GIOCATORE


MI VERSAVO IL LATTE ADDOSSO
(il giocatore)

Il fallimento me lo ha insegnato il mio maestro.
Ogni volta che cadi puoi aggiungere una crocetta in più sul tuo calendario dell'avvento. Il mio calendario dell'avvento è tutto pulito.
Non ho messo mai nessuna crocetta. E devo ancora imparare ad aprire le finestrelle. Sono ancora tutte chiuse.

Vorrei diventare un'altra persona.
La mia lotta è sempre stata questa. Lottare per non essere.
La mia esistenza si confondeva con altro.
La mia lotta si faceva carico di enormi pezzi di latte - intero - denso - consumato, e insieme di biscotti a pezzi, lasagne con troppo sugo e i minestroni della nonna.
Una esistenza che andava avanti e indietro e non si fermava mai a cercare delle risposte vere nell'immensità dei miei occhi, che mi sono sempre sembrati molto piccoli.
Lì, nei miei occhi ho sempre visto le cose che non andavano.
Lì, nei miei occhi, come potevo vedere lontano, se, quegli specchi dell'anima per me, erano soltanto piccole fessure sbiadite?
Tutto quello che mi accadeva nella vita si mischiava e non prendeva mai un significato profondo.
Il mio significato profondo di essere qui.
Alle volte me lo chiedevo “Ma cosa ci sto facendo qui?”
Ma le risposte erano vaghe, mai ascoltate.
Io sono un essere venuto al mondo per vivere.
Ma vivere come?
Come faccio a imparare come si vive?

Così è stato con il gioco. Un'avventura che mi ripeteva ogni attimo, che sarebbe finita proprio in quell'attimo in cui stava incominciando.
Mi sono versata tutto il latte addosso.
Come quando da piccola, forse per agitazione e fragilità, mi versavo la tazza di latte bollente con dentro il nesquik, sul grambiulino bianco.
Ogni mattina succedeva la stessa cosa.
E ogni mattina mi tiravo via il grambiule bianco. Forse qualche volta sarò andata a scuola senza grambiule. Andare a scuola corrispondeva al momento della morte terrena dei miei sensi ludici.
Sopratutto il confronto. Mi sembravano tutti più alti di me. Tutti più belli. Tutti più. Ma io sapevo che dentro avevo qualcosa. Una voce precisa che mi sussurrava dentro il mio orecchio e arrivava fino al cuore. Me lo diceva la mia vocina. Tu sei speciale. Tu farai qualcosa di importante.
Alle volte quel profondo parlato mi portava lontano dai banchi e dalle maestre.
Ma poi tornavo precipitando lì in quell'esistenza. Per me faticosa.

Giocavo per ridere. Veramente all'inizio mi divertivo molto. Ed ero molto fortunata.
Lavoravo come centralinista per una società di Assicurazione “Super Mas” e ogni mattina ripetevo sempre la stessa frase “Buon giorno, sono la centralinista della Ditta di Ass. Super Mas, noi ci occupiamo di tutto, dal vostro bollo, al vostro sedere”
Lavoravo per otto ore, sei euro l'ora, sei per otto fa 48, una fatica tremenda, un mal di testa continuo e arrivavo al 25 di dicembre senza nemmeno riuscire a compare i regali di natale.
Così mi sono sognata mia nonna. Mi ha detto nel sogno … 3. Avevo saputo che se qualcuno in sogno ti appare e ti raccomanda un numero, quel numero lo devi giocare. Così sono andata a giocarlo. “Su quale ruota?” mi ha detto il tabaccaio. “Cosè una ruota?” ho detto io. “”Su quale ruota vuoi giocare il tuo numero? Milano, Napoli, Roma, Genova ...” E io “Non lo so. Però mi sono sognata mia nonna che mi ha detto 3” e lui “Sua nonna è viva? E' morta? E' italiana? Vive qui? Di che origini è? E' sposata? Ha figli?” Dopo un lungo interrogatorio avevamo trovato la ruota giusta. Ho giocato. E ho vinto. 700 euro. In soli tre minuti. Io ne guadagno meno al mese. 700 euro in soli tre minuti. Non ci potevo credere. Ma allora sono davvero una ragazza fortunata!
Se la fortuna arriva e bussa alla porta, devi continuare a tenere la porta aperta.
Così ho aspettato che mia nonna mi parlasse di un altro numero.
E ho iniziato a monitorare i miei sogni.
Taccuino e penna vicino al comodino.
Ore 04,00 – sogno un cavallo che mi guarda e mangia- cavallo n. 7 – fieno n. 15 – guardare … è complicato ...guardare con circospezione (no), guardare con entusiasmo (no), guardare l'ora della propria morte (no) guardare una mucca (no, era un cavallo, e poi non ero io a guardare lui, ma lui a guardare me), guardare l'aldilà (no, è solo un cavallo che mi sta guardando, a meno che, il cavallo non rappresenti qualcosa di altro, allora cerco – interpretazione simbolica del cavallo, potrebbe anche essere “fallo” e allora potrebbe anche essere un sogno erotico, allora ricominciamo da capo, il cavallo è un fallo, n.8, io a che numero corrispondo? Se conto tutte le lettere del mio nome dovrei essere un 15, ma, escludendo nome e cognome …).
Ore 06,00 – sogno mia madre che mi regala un pelusche – madre n. 66, regalo n. 7, pelusche … anche qui l'interpretazione simbolico numerica vacilla, e anche qui il peluche potrebbe essere un fallo, allora è sempre lo stesso numero, 8 – e mia madre potrebbe anche rappresentare altro, forse il mio desiderio nascosto di essere lesbica, allora lesbica n. 25, ma che c'entra con il fallo, n. 8 …
Ore 05,45 – sogno il fallo di Brad Pitt. Non ho voluto svegliarmi affatto. Me lo sono goduto fino alla fine del sogno. E l'unico particolare che mi ricordo, è il numero 8.

Io non ha mai pensato di diventare dipendente da qualcosa.
Anche quando ho iniziato a fumare la prima volta credevo che fosse solo quella volta.
Ero davanti allo specchio della camera di mia madre. Mi ero vestita con la minigonna (sua) e i tacchi (suoi) e i trucchi (sempre suoi). Lì davanti mi osservavo con intensa curiosità.
Non riuscivo a capire se fossi bella oppure no. Ho preso la mia sigaretta tra le mami.
L'ho accesa. Ho cercato di fare qualcosa con il respiro, ma stavo soffocando. Poi nel soffocamento le lacrime che mi scendevano si mischiavano con il trucco di mia madre, le gambe iniziavano a cedermi e sono caduta a terra, appiccicata allo specchio.
Violentemente lo specchio mi ha voluta tutta per sé, e io non potevo fare altro che guardare – me – stessa –

Sono uscita dall'incubo del sogno e dei numeri e dei falli, perchè grazie a Dio lo Stato, si è inventato una serie di schedine e gratta e vinci, totip, milionario tutta la vita, turista per sempre, win for life, e poi new slot nei bar e nelle tabaccherie, video lottery, video poker da fare direttamente su computer, semplicemente cliccando “metti il tuo numero di carta di credito”, tutto legale, gioco, che non lo chiamano d'azzardo. Chissà perchè. Giocare con prudenza, come quando la signorina elettronica ti dice “prego introdurre la tessera” “prego introdurre il biglietto” “arrivederci e guidate con prudenza”. Giocate con prudenza. La prudenza la dovete cercare dentro di voi, non dentro di noi, perchè noi siamo i MONOPOLI di Stato e dentro di noi la prudenza non è mai troppa, infatti proprio per essere prudenti, dentro di noi ci sono dieci concessionarie – società segrete – che vanno a fare le gite dai tabacchini e invece che regalargli dei fiori e dei salami, gli danno gli apparecchi e li installano dentro i loro negozi. Così tu vai a mettere tante monete d'oro nelle macchinette che fanno sempre più soldi, i soldi se li vengono a prendere quelle società segrete, (le società segrete concessionarie dello stato), che si tengono una parte delle monete d'oro e l'altra parte delle monete la danno ai Monopoli. Bè ma allora se è tutto così chiaro e limpido allora perchè non dovrei mettermi a giocare? Voglio giocare, voglio giocare, voglio giocare, voglio giocare!
Alcune persone sono particolarmente brave in alcuni giochi dei casinò online, come poker, bleckjack, slot e fruit machine. Se sei così fortunato, e io credo che tu lo sia – se nò, non saresti qui – vai online e comincia a giocare e in breve tempo accumulerai denaro sul tuo conto! Tanto denaro! Certamente la fortuna ha un ruolo decisivo, ma, anche la capacità di giocare alle fruti machine ha la sua parte. E tu, sei un tipo eccezionale. IO SONO UN TIPO ECCEZZIONALE! Molti casinò online premiano i loro giocatori (gli portiamo via anche le mutande) per la loro capacità nelle fruit machine, e qui, dico, qui, ce ne sono un numero eccezionale, ECCEZZIONALE, quindi trova quello che ti piace di più, ti è più familiare, e gioca! Gioca!, Gioca! Io voglio giocare, io voglio giocare voglio giocare, AH! I nostri modelli, on line, sono decisamente più interessanti di quelli che trovi nei pub o nei centri commerciali, i nostri modelli hanno una grafica più moderna, e i nostri pulsanti unici, i nostri pulsanti – hold, premi hold – attesa, e nudge, premi nudge – spinta, Io voglio giocare, voglio giocare, NOI NASCIAMO COME GRUPPO LEADER NEL SETTORE DEL GIOCO, siamo nati per rispondere alle esigenze del cliente, del suo stile di vita frenetico, moderno, noi siamo vicini al TUO STILE DI VITA, ti garantiamo un servizio pratico, veloce e usufruibile ovunque, OVUNQUE, per giocare e vincere, come dove e quando vuoi, Io voglio giocare, giocare, io voglio giocare”

E poi? Poi sento la radio, tante voci che parlano, basse, sento solo qualche parola, sento voci di persone che parlano, la crisi, economia, politica, europa, sento solo delle piccole voci, lontano, sento freddo, ma fuori non fa freddo, sento freddo e sudo, sento la storia di un uomo, che racconta. La sua storia. Non mi sono mai divertito a giocare. E non ho mai vinto. Ho sempre perso e continuo a perdere. Più perdevo più giocavo. Un giorno ho chiamato mia figlia al telefono, le ho detto, ho perso ancora, mi sentivo male, e ho giocato, e ho perso ancora. Mi figlia mi ha detto, ti voglio bene, ma io non sono malato, lo so, ha detto sua figlia, io ti voglio bene, ed io invece ero davanti al computer con la mia carta di credito, erano le otto del mattino e ancora stavo lì davanti, non riuscivo a fermarmi. Mi sono immaginata mio padre, che mi accarezzava la testa, mi diceva anche lui, ti voglio bene. Perchè non vado fuori a bere una cioccolata calda? Non lo so. Hai paura? No. Hai paura? Sì.

La mia paura è di stare nella vita. Non ci voglio stare lì in mezzo. La mia paura è dovere vivere con la mia paura. La mia paura è la più grande bugia della mia vita. Mi asciugo i capelli. Mi specchio. Sono stanca. Dove sono finiti i miei occhi? I miei occhi piccoli. Tu non hai gli occhi piccoli. Sono belli. Mi asciugo i capelli.

Accarezzo i miei capelli. E poi passo la mia mano sui miei occhi. Dentro posso trovare ancora qualcosa. Dentro i miei occhi non trovo la paura. La paura è fuori. LA mia paura è solo fuori. Dentro ci sono i miei occhi. No, non sono piccoli. Sono enormi. E COSA CI VOGLIO VEDERE DENTRO?

C'è un segreto che mi sono dimenticata. La vita è dentro. La paura è fuori. La vita è dentro. E io sto fuori. La vita è dentro e se la vedo ritorna fuori. La vita moltiplica di fiori. E io sono nei fiori. Sono nei fiori di un giardino. Mi guardo attorno e lì la paura non la trovo. Sono dentro.
C'è un segreto. Ogni carezza scende sul mio capo e mi prende per la mano. Dove vuoi che ti accompagno stamattina? Vuoi che andiamo a bere una cioccolata calda? E se me la verso addosso come facciamo? La puliamo. Tiri via il tuo bel grembiule e te ne metti un altro. Oppure ti tieni tutta quella cioccolata calda addosso. Senza più un grembiule. A me non sono mai piaciuti i grembiuli bianchi. Per le femmine. Neri, per i maschi. A me non sono mai piaciuti. E nemmeno le iniziali. Il mio nome e il mio cognome. Dentro ci sto stretta. Non lo voglio mettere più.

Potrei fare un altro gioco. Un altro gioco ancora. Magari un gratta e vinci. E se poi vinco metto i soldi da parte e non li uso. Stavolta sono sicura che posso vincere. Me lo sento che posso vincere.

Posso vincere un bel cavolo secco. Posso vincere una cicoria andata a male. Posso vincere un uovo sbattuto senza zucchero, ma con il sale che fa schifo. Posso vincere un enorme cesto di pomodori da lanciare alla prima alla scala, anche se lo spettacolo mi piace, così tanto per farlo, posso vincere una merendina kinder al cioccolato e mangiarmela in un morso e sporcarmi tutto intorno alla bocca, posso vincere una marmellata di albicocche, così poi faccio la torta sacher, più buona della pasticceria sotto casa, posso vincere una fortuna di vermi, da coltivare per terra, i vermi mi fanno schifo, ma poi dicono che ci si fanno un sacco di cose, forse pescare, posso vincere una canna da pesca e gli stivali per l'acqua, posso vincere una zattera di legno e una noce di cocco e fare finta di essere Venerdì, così posso rimanere muta per tutto il tempo, posso nuotare dentro la corsia di acqua gim e far inciampare nell'acqua tutte le signore ciccione, posso rompere una gamba al custode del mio palazzo e dare la colpa al figlio della signora del terzo piano, posso mettere il mio sedere comodo in un cinema e parlare ad alta voce tutto il tempo disturbando chi mi sta vicino, e magari lanciare qualche pop - corn a caso, posso bere un litro di birra e vomitare davanti alla porta del prete che mi voleva fare pagare un affitto di mille euro per il suo teatro eletto, posso tifare la squadra che mi sta più antipatica solo perchè sta vincendo. Posso vincere una sacco di belle cose se decido di non giocare quella schedina.

Allora che vuoi fare?

Voglio andare a bermi una cioccolata calda.
Hai paura?
No
Hai paura
no
hai paura?
Si ma non me ne frega niente.

Sono entrata di nuovo in una tabaccheria. Ho comprato le sigarette. C'era del resto. Il tabaccaio mi ha detto “allora, vuoi giocare qualcosa? Che sogno hai fatto questa notte?”

“Ho sognato che mi trovavo in un teatro, dietro alle quinte. Stavo registrando della musica. Brahms. Il quartetto di archi della scala. All'inizio era spaventata. La musica correva troppo veloce. Le emozioni anche. La musica correva veloce, e io stavo lì, cercavo di frenare qualcosa ma non ci riuscivo. Cercavo di mantenermi distante ma non ce la facevo. Avevo un nodo alla gola. Uno spazio di vuoto e terrore.
Uno spazio di assenza.
Ma non ci volevo stare lì dentro.
Mi faceva troppo male.
Era un immenso volume di emozioni, tutte insieme, precipito in un ascolto senza fine, precipito in una visione che non ha immagini chiare, ascolto suoni che mi mandano dentro un ciclo di crescere immenso … taglio le corde delle mie cuffie, butto giù la mia sedia piccola, voglio veder chi suona.
Ascolta il rumore di ciò che ti fa così male, ascolta le parole di un piccolo volume di silenzio, è solo un soffio e non fa male.
Un passaggio, ho preso un passaggio e sono scivolata in qualcosa che mi fa ancora paura. La mia paura della bellezza.

PAUSA
PAUSA
PAUSA

(MOMENTO DI SILENZIO ASSOLUTO)

Sarà stato anche un dolore dell'amore che mi ha portato fino a qui, sarà stato un enorme sbaglio che ho fatto, sarà stato solo uno sbaglio, sarà stata la paura che ricapitasse tutto di nuovo. In ogni forma sbagliata, posso ritrovare quella sensazione di falso in bilancio.

Il quartetto finisce di suonare. La gente si alza in piedi. Estasiata. Inizia ad applaudire. Bravi, bravi bravi! E io sono lì in mezzo al pubblico. Io sto applaudendo tutta quella bellezza. E grido, bravi, bravi, bravi. BRAVI! E poi il quartetto di archi indica me dal palco, e mi ringrazia, e mi urla brava, brava, allora la gente si volta verso di me e mi dice, brava, brava, brava! La signora con la pelliccia di fianco a me mi sorride, mi dice, brava, hai fatto proprio una bella registrazione, se non c'eri tu, noi, come potevamo ascoltare tutto questo?

E poi mi sveglio.
Accendo la radio.
E mi metto ad ascoltare.
E' è proprio lì, la mia musica preferita.
E sono di nuovo viva.





domenica 9 dicembre 2012

il giocatore - prima parte




MI VERSAVO IL LATTE ADDOSSO
(il giocatore)

Il fallimento me lo ha insegnato il mio maestro.
Ogni volta che cadi puoi aggiungere una crocetta in più sul tuo calendario dell'avvento. Il mio calendario dell'avvento è tutto pulito.
Non ho messo mai nessuna crocetta. E devo ancora imparare ad aprire le finestrelle. Sono ancora tutte chiuse.

Vorrei diventare un'altra persona.
La mia lotta è sempre stata questa. Lottare per non essere.
La mia esistenza si confondeva con altro.
La mia lotta si faceva carico di enormi pezzi di latte - intero - denso - consumato, e insieme di biscotti a pezzi, lasagne con troppo sugo e i minestroni della nonna.
Una esistenza che andava avanti e indietro e non si fermava mai a cercare delle risposte vere nell'immensità dei miei occhi, che mi sono sempre sembrati molto piccoli.
Lì, nei miei occhi ho sempre visto le cose che non andavano.
Lì, nei miei occhi, come potevo vedere lontano, se, quegli specchi dell'anima per me, erano soltanto piccole fessure sbiadite?
Tutto quello che mi accadeva nella vita si mischiava e non prendeva mai un significato profondo.
Il mio significato profondo di essere qui.
Alle volte me lo chiedevo “Ma cosa ci sto facendo qui?”
Ma le risposte erano vaghe, mai ascoltate.
Io sono un essere venuto al mondo per vivere.
Ma vivere come?
Come faccio a imparare come si vive?

Così è stato con il gioco. Un'avventura che mi ripeteva ogni attimo, che sarebbe finita proprio in quell'attimo in cui stava incominciando.
MI sono versata tutto il latte addosso.
Come quando da piccola, forse per agitazione e fragilità, mi versavo la tazza di latte bollente con dentro il nesquik, sul grambiulino bianco.
Ogni mattina succedeva la stessa cosa.
E ogni mattina mi tiravo via il grambiule bianco. Forse qualche volta sarò andata a scuola senza grambiule. Andare a scuola corrispondeva al momento della morte terrena dei miei sensi ludici.
Sopratutto il confronto. Mi sembravano tutti più alti di me. Tutti più belli. Tutti più. Ma io sapevo che dentro avevo qualcosa. Una voce precisa che mi sussurrava dentro il mio orecchio e arrivava fino al cuore. Me lo diceva la mia vocina. Tu sei speciale. Tu farai qualcosa di importante.
Alle volte quel profondo parlato mi portava lontano dai banchi e dalle maestre.
Ma poi tornavo precipitando lì in quell'esistenza. Per me faticosa.

Giocavo per ridere. Veramente all'inizio mi divertivo molto. Ed ero molto fortunata.
Lavoravo come centralinista per una società di Assicurazione “Super Mas” e ogni mattina ripetevo sempre la stessa frase “Buon giorno, sono la centralinista della Ditta di Ass. Super Mas, noi ci occupiamo di tutto, dal vostro bollo, al vostro sedere”
Lavoravo per otto ore, sei euro l'ora, sei per otto fa 48, una fatica tremenda, un mal di testa continuo e arrivavo al 25 di dicembre senza nemmeno riuscire a compare i regali di natale.
Così mi sono sognata mia nonna. Mi ha detto nel sogno … 3. Avevo saputo che se qualcuno in sogno ti appare e ti raccomanda un numero, quel numero lo devi giocare. Così sono andata a giocarlo. “Su quale ruota?” mi ha detto il tabaccaio. “Cosè una ruota?” ho detto io. “”Su quale ruota vuoi giocare il tuo numero? Milano, Napoli, Roma, Genova ...” E io “Non lo so. Però mi sono sognata mia nonna che mi ha detto 3” e lui “Sua nonna è viva? E' morta? E' italiana? Vive qui? Di che origini è? E' sposata? Ha figli?” Dopo un lungo interrogatorio avevamo trovato la ruota giusta. Ho giocato. E ho vinto. 700 euro. In soli tre minuti. Io ne guadagno meno al mese. 700 euro in soli tre minuti. Non ci potevo credere. Ma allora sono davvero una ragazza fortunata!
Se la fortuna arriva e bussa alla porta, devi continuare a tenere la porta aperta.
Così ho aspettato che mia nonna mi parlasse di un altro numero.
E ho iniziato a monitorare i miei sogni.
Taccuino e penna vicino al comodino.
Ore 04,00 – sogno un cavallo che mi guarda e mangia- cavallo n. 7 – fieno n. 15 – guardare … è complicato ...guardare con circospezione (no), guardare con entusiasmo (no), guardare l'ora dela proprio morte (no) guardare una mucca (no, era un cavallo, e poi non ero io a guardare lui, ma lui a guardare me), guardare l'aldilà (no, è solo un cavallo che mi sta guardando, a meno che, il cavallo non rappresenti qualcosa di altro, allora cerco – interpretazione simbolica del cavallo, potrebbe anche essere “fallo” e allora potrebbe anche essere un sogno erotico, allora ricominciamo da capo, il cavallo è un fallo, n.8, io a che numero corrispondo? Se conto tutte le lettere del mio nome dovrei essere un 15, ma, escludendo nome e cognome …).
Ore 06,00 – sogno mia madre che mi regala un pelusche – madre n. 66, regalo n. 7, pelusche … anche qui l'interpretazione simbolico numerica vacilla, e anche qui il peluche potrebbe essere un fallo, allora è sempre lo stesso numero, 8 – e mia madre potrebbe anche rappresentare altro, forse il mio desiderio nascosto di essere lesbica, allora lesbica n. 25, ma che c'entra con il fallo, n. 8 …
Ore 05,45 – sogno il fallo di brad pitt. Non ho voluto svegliarmi affatto. Me lo sono goduto fino alla fine del sogno. E l'unico particolare che mi ricordo, è il numero 8.

Io non ha mai pensato di diventare dipendente da qualcosa.
Anche quando ho iniziato a fumare la prima volta credevo che fosse solo quella volta.
Ero davanti allo specchio della camera di mia madre. Mi ero vestita con la minigonna (sua) e i tacchi (suoi) e i trucchi (sempre suoi). Lì davanti mi osservavo con intensa curiosità.
Non riuscivo a capire se fossi bella oppure no. Ho preso la mia sigaretta tra le mami.
L'ho accesa. Ho cercato di fare qualcosa con il respiro, ma stavo soffocando. Poi nel soffocamento le lacrime che mi scendevano si mischiavano con il trucco di mia madre, le gambe iniziavano a cedermi e sono caduta a terra, appiccicata allo specchio.
Violentemente lo specchio mi ha voluta tutta per sé, e io non potevo fare altro che guardare – me – stessa –

Sono uscita dall'incubo del sogno e dei numeri e dei falli, perchè grazie a Dio lo Stato, si è inventato una serie di schedine e gratta e vinci, totip, milionario tutta la vita, turista per sempre, win for life, e poi new slot nei bar e nelle tabaccherie, video lottery, video poker da fare direttamente su computer, semplicemente cliccando “metti il tuo numero di carta di credito”, tutto legale, gioco, che non lo chiamano d'azzardo. Chissà perchè. Giocare con prudenza, come quando la signorina elettronica ti dice “prego introdurre la tessera” “prego introdurre il biglietto” “arrivederci e guidate con prudenza”. Giocate con prudenza. La prudenza la dovete cercare dentro di voi, non dentro di noi, perchè noi siamo i MONOPOLI di Stato e dentro di noi la prudenza non è mai troppa, infatti proprio per essere prudenti, dentro di noi ci sono dieci concessionarie – società segrete – che vanno a fare le gite dai tabacchini e invece che regalargli dei fiori e dei salami, gli danno gli apparecchi e li installano dentro i loro negozi. Così tu vai a mettere tante monete d'oro nelle macchinette che fanno sempre più soldi, i soldi se li vengono a prendere quelle società segrete, (le società segrete concessionarie dello stato), che si tengono una parte delle monete d'oro e l'altra parte delle monete la danno ai Monopoli. Bè ma allora se è tutto così chiaro e limpido allora perchè non dovrei mettermi a giocare? Voglio giocare, voglio giocare, voglio giocare, voglio giocare!
Alcune persone sono particolarmente brave in alcuni giochi dei casinò online, come poker, bleckjack, slot e fruit machine. Se sei così fortunato, e io credo che tu lo sia – se nò, non saresti qui – vai online e comincia a giocare e in breve tempo accumulerai denaro sul tuo conto! Tanto denaro! Certamente la fortuna ha un ruolo decisivo, ma, anche la capacità di giocare alle fruti machine ha la sua parte. E tu, sei un tipo eccezionale. IO SONO UN TIPO ECCEZZIONALE! Molti casinò online premiano i loro giocatori (gli portano via anche le mutande) per la loro capacità nelle fruit machine, e qui, dico, qui, ce ne sono un numero eccezionale, ECCEZZIONALE, quindi trova quello che ti piace di più, ti è più familiare, e gioca! Gioca!, Gioca! Io voglio giocare, io voglio giocare voglio giocare, AH! I nostri modelli, on line, sono decisamente più interessanti di quelli che trovi nei pub o nei centri commerciali, i nostri modelli hanno una grafica più moderna, e i nostri pulsanti unici, i nostri pulsanti – hold, premi hold – attesa, e nudge, premi nudge – spinta, Io voglio giocare, voglio giocare, NOI NASCIAMO COME GRUPPO LEADER NEL SETTORE DEL GIOCO, siamo nati per rispondere alle esigenze del cliente, del suo stile di vita frenetico, moderno, noi siamo vicini al TUO STILE DI VITA, ti garantiamo un servizio pratico, veloce e usufruibile ovunque, OVUNQUE, per giocare e vincere, come dove e quando vuoi, Io voglio giocare, giocare, io voglio giocare”

mercoledì 21 novembre 2012

Un condominio.


    Riccardo ha 35 anni, vive ancora con sua madre. Anziana donna. Si chiama Gina. Capelli grigi. Porta sempre le scarpe con un po’ di tacco. Anche dentro casa. Riccardo è un cantante lirico. E’ bravo? Sì, lo è. Ma un talento che rimane chiuso dentro la sua stanza e nel cuore di sua madre. Che sa di quanto suo figlio sia bravo. Alla morte del padre decise che avrebbe sacrificato un po’ della sua pensione per aiutarlo nei suoi studi. “Quando diventerai famoso, allora sì, me li ridarai tutti, adesso non ti devi preoccupare.” E lui non se ne preoccupò. Affatto. Lei ora lo guardava. Cercando di capire dove avesse sbagliato. Perché ora lei era certa di avere sbagliato qualcosa. Specialmente quando parlava con la vicina del terzo piano. Sì, di suo figlio Gilberto, un ingegnere. Il figlio ingegnere della vicina del terzo piano guadagnava seimila euro al mese viveva alle isole Wite e presto, a sua detta si sarebbe sposato. Gilberto guadagnava un seimila euro al mese. E’ vero. Viveva alle isole White. E’ vero anche questo. E forse era anche vero che si sarebbe sposato. Forse. Davvero. Certamente forse.
    Così all’oscuro dei davvero e certamente “forse” la mamma di Riccardo si stava interrogando sul futuro del suo giovane figlio. Cioè, si diceva, io alla sua età avevo già fatto due bambini, lavoravo e tenevo la casa, da sola.
    La Signora Gina si stava seriamente interrogando su suo figlio.
    Accanto alla porta della Signora Gina, abitava Luigi. Un ragazzo siciliano. Con la sua fidanzata, con il suo amico, l’amico del suo amico, l’amico dell’amico del suo amico e un gatto. Giò. Un bilocale sovraffollato. Di rumore di musica di persone di fumo legale e non. Luigi e tutti gli amici suoi erano perfetti studenti mantenuti. Da circa dieci anni. Nessuno di loro veniva mai abitato da parole come senso di responsabilità, esami, lavoro, guadagnare, denaro. Vivevano alla giornata che poteva iniziare alle tre del pomeriggio essere sospesa alle sette e ripresa alle undici di sera per poi finire alle cinque del mattino.
  • La Signora Gina non aveva visto di buon occhio quei ragazzi già dal primo giorno. Quando Giò il gatto era andato in calore. Lei non poteva sopportare quei lamenti gattini e soprattutto quell’odore felino. E non sopportava più nemmeno l’odore umano di Luigi e tutti gli amici suoi. Aveva cercato di scrivere all’amministratore a tutti i condomini del palazzo aveva lasciato lettere minatorie era persino arrivata a rubare l’ombrello di Luigi, che se pur rotto, le aveva dato una grande soddisfazione. Ma tutto questo non era servito a niente. Luigi e gli amici suoi ancora stavano lì.
    La terza porta del pianerottolo era abitato da un’anziana Signora. Di circa 90 anni. Viveva sola.
    Maria. La signora Maria ogni venerdì della settimana chiamava i pompieri la polizia e l’autoambulanza. Si sentiva sempre degli strani fremiti vicino al cuore. Così al minimo accenno di dolore lei prendeva il telefono e componeva solo con un tocco di dito…l’uno per i pompieri, due per la polizia, tre per l’autoambulanza. Un giorno arrivò il venerdì. Lei era gia pronta davanti al telefono un po’ in dubbio su quale tasto schiacciare. Facciamo l’uno. Si, facciamo l’uno. Schiaccio il tasto. Parlo con l’operatore Francesco. Francesco la ascoltava. E Maria faceva traboccare ogni malore e un grave sentore di pericolo di morte. Va bene, disse l’operatore Francesco, lei non si deve preoccupare mi lasci il suo indirizzo. Lei lo fece. Poi uscì per andare a fare la spesa. Certo era venerdì. Lei non avrebbe mai fatto la spesa di sabato. Uscì con la sua lista della spesa. Maria girava beata da uno scaffale di biscotti morbidi a quello dei sanitari, dal bancone della carne macinata a quello del pane fresco. Un etto di qua, un salame di là, un dolcino di qui e un assaggino di lì. Nello stesso istante una squadra speciale di pronto intervento arrivò sotto casa di Maria. Suonarono alla porta telefonarono e risuonarono. La squadra speciale si guardò negli occhi. Dobbiamo chiamare i vigili del fuoco, arrampicarci ed entrare dalla finestra. State pronti. Potrebbe avere lasciato anche il gas aperto. Arrivarono anche i vigili del fuoco, proprio mentre la Signora Maria stava raccogliendo i punti per comprare un pentola antiaderente. Era allegra. Ne aveva già raccolti milleuno. Gliene mancavano soltanto venti. I vigili del Fuoco erano gia arrivati al quinto piano. La Signora Maria stava attraversando la strada. I Vigili del Fuoco spaccarono la sua finestra. La Signora Maria stava entrando dentro il portone. I Vigili del fuoco provvisti di mascherina erano finalmente entrati dentro casa. La Signora Maria con le chiavi di casa, pure.
    Intanto al terzo piano una famiglia di indiani stava facendo il bucato. Milanel stendeva. Mamel suo marito la guardava. Milanel cercava di concentrarsi sui calzini sulle magliette. Mamel continuava a guardarla. La guardava ma pensava ad altro. Pensava all’incontro della mattina. Con il medico ginecologo. Dopo pochi mesi di arrivo in Italia sua moglie aveva lamentato dolori di ogni genere. Prima era un ciclo troppo abbondante, poi l’assenza di ciclo poi i dolori del ciclo poi le infezioni le irritazioni poi i pruriti poi il gonfiore addominale sotto e sopra uterino intra costale. In linguaggio indiano come pure in quello italiano, loro non erano ancora riusciti a fare l’amore. In linguaggio indiano come pure in linguaggio italiano tutto ciò per Mamel diventava decisamente frustrante. Per questo motivo decise di accompagnarla da un dottore ginecologo. Proprio mentre Milanel finiva di stendere il calzino blu, Mamel cercava di ricordare le parole di quel dottore “La Signora è affetta da una infezione fastidiosa che va avanti da mesi e che non è mai stata curata”. Quelle parole gli rimbombavano nella testa …c’era qualcosa che non tornava…qualcosa…che non lo convinceva
    Mentre Milanel stendeva l’ultima maglietta e Maria offriva un tè nero a tutta la squadra mobile, Riccardo intonava un armonico puro. Cercò di ascoltarsi e si emozionò per la purezza di quel suono. Riprese a cantare. Si stava esercitando su un passo di lirica tedesca barocca. Cantava con la parola liebe. “E’una canzone sulla guerra?” lo interrogò sua madre che era appena rientrata. “Mamma…è una canzone sull’amore, sull’amore, mamma non lo senti la malinconia, lo straziante struggente del testo?” No. Rispose sua madre. E aggiunse che ai suoi tempi le canzoni d’amore si capivano che erano d’amore. Riccardo quasi offeso le rispose che quella che stava cantando era datata ancora più di lei e sua madre invece che lanciargli la ciabatta col tacco gli rispose “Allora forse sei tu che non sai cantarla.” E iniziò a parlare del figlio della Signora Gironella la sua amica d’infanzia. Suo figlio era diventato capitano speciale e l’Arma gli aveva fatto dono di sedicimila spillette d’oro. Dato l’esagerato numero, La Signora Gironella gliene aveva regalate cento. Riccardo non la guardò nemmeno. Era rimasto intrappolato nell’ultimo rimando sonoro dove il protagonista dice “Die liebe dauert oder dauert nicht…” non riusciva ad estendere la sua voce come avrebbe voluto. Forse, pensò, guardando sua madre che iniziava a contare le spillette, forse non la so cantare perché io non so parlare d’amore…
    Potrei continuare a cantarla come fosse una canzone di guerra cantarla distaccato eseguendo senza emozione cantarla e basta solo con la voce e chi crede di stare ad ascoltare una canzone sulla guerra lo assecondo, almeno diranno che era una canzone sulla guerra molto commovente, commovente come può esserlo una canzone su violenza e morte, la morte dell’amore l’amore che muore …sì ti amerò fino a morirne ti amerò fino a morirne, lo dice la mia canzone, ti amerò fino a morirne, amore così estremo, devo riuscire a toccare quell’estensione, ma non ce la faccio…non ce la faccio. La mia vita ora non si muove.
    “Novantotto, novantanove, e cento!”
    La verità. Mamel si era trasferito in Italia da oramai sei anni. Una famiglia gli aveva dato da lavorare. Con assunzione con riconoscimento lui con riconoscenza aveva pure trovato una bella casa. In poco tempo imparò a parlare l’italiano. Dopo quattro anni la sua famiglia iniziò a dirgli che era ora di trovare moglie. Lui doveva tornare in India per sposarsi. E ritornare in Italia con la nuova moglie. Mamel non aveva proprio voglia di sposarsi. Aveva conosciuto una ragazza, Roberta. Uscivano ogni martedì per andare a prendere il gelato in piazza. Poi una mattina arrivò la telefonata. Sua madre diceva che avevo scelto una rosa di sei ragazze speciali. “E’ ora che tu torni figlio mio. E’ ora di prendere moglie.” A malincuore lui parti. Un mese. Aveva a disposizione un mese per trovare una moglie sposarla e tornare in Italia.
    Tutto dipendeva da lui. Lui entrava nella stanza della possibile sposa. La guardava. Le chiedeva “Come ti piace il gelato?, Sei ancora vergine? Qual è il tuo animale preferito? Ti piacerebbe trasferirti in Italia?”. Terminato il colloquio lui avrebbe avuto dieci secondi di tempo per decidere di pronunciare la frase “ti va di diventare mia moglie?”
    Solo che quella volta non la pronunciò. Quando entrò nella stanza e trovò lei. Piccola e minuta. Lo guardava e le veniva da ridere. “il gelato mi piace al cioccolato mi piace il gatto e mi piace pure l’india. Però non sono capace di cucinare. Mi vuoi portare in Italia?” e lui rispose si.
  • Si sposarono e lui tornò in Italia prima solo ma con una videocassetta del matrimonio che mostrò a tutti i vicini di casa. Sei ore di matrimonio indiano. Nella videocassetta si vedeva lui seduto a terra e tante donne di una certa età colorate e luccicanti che gli versavano addosso petali di rosa e liquidi gelatinosi. Il rito preparatorio durava soltanto due ore. Altre due ore di presentazione di tutti i parenti e le ultime due di celebrazione del marito e della moglie vi dichiaro, detto in lingua indiana. La Signora Gina sospirò e pensò che se pure l’indiano si era sposato forse c’era speranza anche per suo figlio, Luigi e gli amici suoi al secondo minuto di videocassetta decisero di fare rifornimento di stupefacenti, la Signora Maria si addormentò dimenticandosi del venerdì e Riccardo rifletteva. Pensava che da loro era tutto più semplice. Toccasse a me, pensava, la fortuna di scegliere una moglie tra sei donne diverse.
    Quella mattina la Signora del terzo piano ricevette una telefonata. Era di suo figlio Gilberto. Si, il lavoro va bene, i soldi anche, amici sì, tanti e stasera esco con Carolina, magari ti mando una foto che così la conosci. Erano le parole che arrivavano dall’altro capo del telefono. Parole che la Signora del terzo piano andò subito a riferire alla Singora Gina. E fu in quel momento che Gilberto allungò la sua mano verso Frances, Frances come Francesco Garcia Rodrigez. Allungò la sua mano sulla sua spalla. Poi più in là. E poi.
    Mamel tornò in Italia. Si preparò sei mesi per l’arrivo di sua moglie, che passarono veloci . E lei arrivò. Non sorrise quando vide il paese in cui viveva Mamel non sorrise quando vide la casa e nemmeno sorrise quando vide Luigi e gli amici suoi che non riuscivano ad aprire la serratura della loro porta di ingresso. Forse perché non era la loro porta di ingresso. Mamel le aveva comprato un gelato al cioccolato e aveva chiesto in prestito il gatto di Luigi e gli amici suoi, che però si era rifiutato di entrare nella casa di Mamel perché a lui, Giò, la cipolla non piaceva. Milanel si rinchiuse in casa e per settimane non uscì. Le signore del condominio curiose e gentil donne cercarono di parlare con Milanel attraverso Mamel e Mamel cercava di parlare con sua moglie attraverso le donne del condominio. Ma non fu un gran dialogo perché lei si rifiutava di parlare sia con loro che con lui. Cioè con lui parlava. O piuttosto. Piangeva. Lamentava sempre dolori intimi, fastidi, irritazioni…non posso farlo ancora, gli sussurrava in lingua indiana…sono troppo provata da tutto questo dolore. Lui aveva già sentito parlare della scusa del mal di testa, ma non voleva dubitare dell’onestà di sua moglie. Finché un giorno dopo settimane decise di portarla all’ospedale. Lei entrò nella sala del medico ginecologo. E lui pure. Milanel non capiva e non parlava l’italiano. La visita iniziò. Mamel si stupì del fatto che quel signore il ginecologo aveva avuto la fortuna di essere in intimità con sua moglie ancora prima di lui. Ma il pensierò durò un attimo. Il ginecologo alzò la testa e osservò la ragazza. Contemporaneamente parlava con lui. “La Signora è affetta da una infezione fastidiosa che va avanti da mesi e che non è mai stata curata”. Ha tradotto? Disse il dottore? Mamel tradusse mentre il dottore continuava a guardare la ragazza che intanto si versava di lacrime. Eppure…pensava Mamel mentre apriva la porta di casa…eppure…eppure…
    Pensiero pensante
    Pensiero vicino alla comprensione
    Comprensione
    Capì all’improvviso. Capì. Per un attimo ricordò con precisione le esatte parole del dottore “La Signora è affetta da una infezione fastidiosa che va avanti da mesi e che non è mai stata curata, e che si trasmette solo per via sessuale”
    Improvvisa comprensione di parole. Tutte le parole. Improvvisa comprensione di parole. Tutte.
    Come può mia moglie avere un’infezione di quel tipo che si trasmette solo per vie sessuali se con me l’amore non l’ha mai fatto?
    E un ulteriore bagliore si accese sul suo volto… “si mi piace il gelato al cioccolato, mi piacciono i gatti, mi piace l’india, mi vuoi portare in Italia con te?” E comprese che lei, quel giorno rispose soltanto a tre delle sue quattro domande.
    Scadenza. La scadenza di dovere pagare l’affitto entro la fine del mese per Mamel, la scadenza di trovare i soldi per comprare altra roba da bere per Luigi e gli amici suoi, la scadenza di preparare quei versi amorosi per Riccardo.
    Davanti al suo pianoforte rilesse la musica. E i versi d’amore. Un testo sul sacrifico dell’amore. L’amore che va oltre la morte perché l’amato arriva fino all’ultimo istante, e in quell’istante si dà alla morte per mantenere vivo il suo amore. Ma che significa tutta questa roba. Come si fa a donare qualcosa che nemmeno si ha, la vita se te la togli te la togli e non ti rimane niente, nemmeno il ricordo ti rimane, il sacrificio poi si dimentica in fretta, ma poi che assurdità sacrificarsi per un corpo, non è generosità questa, vuol dire essere proprio stupidi.
    Dall’appartamento vicino Luigi e gli amici suoi ascoltavano Tenco e cantavano intonando certe parole “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare, perché volevo qualcuno da amare, la notte, parole d’amore. Parole d’amore.”
    Più non ho voglia di sentire parlare d’amore più sono costretto ad ascoltarlo, urlò in silenzio Riccardo. Si dimenticò di sistemare i suoi spartiti, lasciò il pianoforte aperto ed uscì. Camminò a lungo senza sapere dove, camminò per cercare di far uscire fuori tutta la sua rabbia, anche se non sapeva di preciso perché, la rabbia c’era, punto e basta. Camminò e si fermò di fronte ad una piccola casa che aveva un terrazzo ben visibile, era al primo piano. C’era una ragazza nera, ballava, con la musica nelle cuffiette e cantava nel silenzio di quella stradina desolata. Aveva un vestitino leggero, a fiori senza scarpe. Si infilava nell’aria il corpo e la musica la sua voce e il suo ballo. Ogni tanto passava qualcuno che osservandola si metteva a ridere. Ma a lui non veniva da ridere. Le piaceva. Lei continuava a ballare e lui si emozionò. Da uomo. Così che per un momento il piacere si sostituì alla rabbia.
    Suonò alla porta della Signora Maria Luigi. Gli amici suoi erano rimasti in casa a curare il gatto che intanto era scappato dalla finestra e osservava il tramonto. Miao. Sospirò. Luigi suono per tre volte, violentemente, e ancora nessuno apriva la porta. Risuonò e risuonò. Prima silenzio. Poi, un gran rumore e una specie di caduta. Luigi si spaventò, iniziò a gridare, Signora Signora va tutto bene? La Signora non rispose. Allora chiamò gli amici suoi, ma a nessuno di lare parve importante alzarsi, per un presunto rumore non identificato. Tornò in casa e chiamò il 113. “Centralino, Buongiorno. Se deve denunciare un furto prema uno, se una violenza due, se un assassinio tre, se sospetti di possibile violenza quattro, se incidente automobilistico cinque….” Luigi arrivò fino al numero sedici poi cerco di urlare ma c’era soltanto la segreteria che disse “se volte parlare con un operatore schiacciate 12984387389184731847. Arrivederci.” Intanto la Signora Maria era morta davvero.
    Soltanto cinque ore dopo arrivarono i pompieri. E i soccorsi. Nessuno poteva credere che Maria fosse morta davvero. Un pompiere mentre si asciugava le lacrime telefonò a sua moglie per dirle che l’amava, un altro ancora si nascose dietro la porta del portone, sperando che la Signora Maria potesse comparire da un attimo all’altro, il comandante dei carabinieri abbassò il suo cappello e scosse la testa. Luigi in piedi guardava. Rigido e controllato non riusciva nemmeno a prendere un respiro. Doveva piangere? Doveva ridere? Dove erano finiti tutti gli amici suoi? 

venerdì 16 novembre 2012




















Domani è un altro giorno?


























12 DICEMBRE 2008

Il solito turno delle due, ancora il solito turno delle due. La mia fidanzata si è arrabbiata un’altra volta. Solo perché sono il più giovane mi tocca sempre stare qui e mi tocca pure conversare con il mio collega che mi parla di Gina la rumena che ha conosciuta al night vicino alla caserma che come fa sua moglie a sopportarlo lo sa Dio sì lo sa Dio. Valeria mi ha regalato un libro su come realizzare i desideri e diventare per sempre felice. L’ha scritto un tedesco con un nome corto che come si fa a pronunciare lo sa Dio c’ha la K la H e la C in un cognome di sole quattro lettere. Che parla bene lui chissà quanti soldi si è fatto che se ti fai tanti soldi è facile dire che puoi fare quello che vuoi c’hai i soldi e questo basta a comprarti tutto e poi mi dice…ma non la felicità…sì lo vorrei vedere lui a a stare qui alle due di notte con sto freddo con un collega che pesa duecento kili e sta parlando del culo della rumena che deve incontrare. Che poi io il mio sogno l’avevo. Me lo ricordo quando ero piccolo. Guardavo il tenente Colombo e mi piaceva tanto e poi pure quell’ispettore tedesco mi piaceva. Io mi elettrizzavo tutto. Ma non perché volevo fare questo mestiere di merda. Io volevo fare l’attore, cazzo.
Hei Paolo mi ascolti? Tira fuori la paletta và, arriva una macchina”
Prego scenda dalla macchina”
Salve”
Prego favorisca patente e libretto”
Sì…un attimo…ecco”
Francesco Rok…ma che cognome eh? Comunque Non sono fatti che mi riguardano, prego prenda palloncino, prego soffi.”
FFFFF”
Mh…Ha superato il limite lo sa?”
Ma guardi ho solo bevuto un bicchiere di vino bianco…”
Se non trova qualcuno a quest’ora che la viene a prendere, la macchina gliela prendiamo noi insieme alla patente e un po’, insieme alla sua dignità”
Ma io faccio un mestiere importante…io lavoro per i giornali, lavoro anche per voi io, io, io…”
Io volevo fare l’attore…” sussurrò il giovane poliziotto


REGOLA NUMERO UNO: L’appostamento

Io faccio l’autista. Il mio mestiere è portare in giro le persone da una parte all’altra della città. Ma ancora prima il mio mestiere è trovare le persone da portare in giro per la città. Io mi apposto di notte. Accanto alle macchine della polizia. Aspetto un po’ insieme, ma distante da loro. Fino a quando compare la prima macchina. La polizia si eccita un po’ e tira fuori la paletta rossa. L’uomo o la donna al volante sudando premono freni frizione e fermano la macchina. L’uomo con la divisa fa scendere l’uomo o la donna dall’autovettura. Patente, libretto palloncino quanto hai bevuto tanto poco anche se poco sufficiente per ritirarti patente macchina.
Ci dispiace lei ha superato il tasso minimo stabilito”
Ma io ho mangiato solo una merendina kinder…”
Lei ha superato il tasso minimo stabilito prego favorisca. Favorisca ciò che ha favorisca ciò che non ha può tornare a casa, ma a piedi perché la macchina la teniamo noi, in cambio di un tubetto di dentifricio così da lavarsi i denti e tirare via la puzza di alcol quando torna a casa da sua moglie-marito.”
E allora intervengo io. Mi avvicino e fingo di essere un amico della vittima. “Meno male che sono passato qui per caso, a volte dici, la fortuna…dai la macchina la prendo io e ti accompagno a casa.” Nella maggior parte dei casi funziona sempre. Ci vuole forse un po’ per tranquillizzare la vittima, ma non appena si accorgono che sono un tipo sano…allora si affidano. Così una parola dopo l’altra mi presento e dico … “Mi chiamo Marco. E di mestiere faccio l’autista personale delle vittime della polizia.” Loro, le vittime, rimangono un po’ allibite, ma poi, dopo avergli mostrato e lasciato il mio biglietto da visita, generalmente chiamano.



C’era una giovane donna che appena la conoscevi ti impressionavi per il colore degli occhi, azzurri. Ma azzurri che avevano l’intensità di un occhio marrone, nero. Anche se era azzurro. Un colore di occhi che non voleva essere scambiato per azzurro e basta. Azzurro con l’intensità di un nero, appunto, o di un castano. Lei era Melissa.

Poi un’altra ancora che ascoltava quasi sempre e ogni tanto dava consigli particolari che finivano sempre in “ma mandalo a cagare quel deficiente”. Forse finivano così perché i problemi erano sempre gli stessi o forse perché proprio quella parola “ma mandalo a cagare” le piaceva proprio tanto. Così il “Ma mandalo a cagare” lei lo usava anche quando parlava del Papa o del macellaio o dell’ultimo amante della sua amica o del gatto o del barista che non aveva fatto un cappuccino come si deve. Lei era Clotilde.

Ah…sopirò Melissa, la ragazza dagli occhi azzurri. Ah…sento il vento che sfiora i miei capelli…ah…mi sento davvero in pace con la natura. E con me stessa. Stava parlando con la barista sotto casa. Non è difficile. Io sono fatta così…sono in pace dentro. Intorno a lei c’erano tanti vecchietti che facevano la fila per prendere delle brioche alla crema. Dovevano andare tutti alla processione d’emergenza, una processione creata per i peccati speciali, per quelli un po’ più difficile da farsi perdonare. La processione preparatoria alla Santa e Unica Processione che sarebbe avvenuta dieci giorni dopo. E prevedeva un cammino sacro per tutta la notte. Tutti gli anziani erano elettrizzati. La quota di partecipazione era di soli cinquanta euro. Ci facevi il viaggio in corriera (20 minuti), pranzo (una brioche dolce e un tramezzino) e la riduzione dei peccati. Melissa continuava a parlare della pace interiore alla barista che cercava invece di non perderla la pace pensando a tutta quella massa di vecchietti che ancora dovevano ordinare. Ad un certo punto un piccoletto di circa ottanta anni disse “Signorina scusi noi abbiamo fretta, dobbiamo andare a parlare con Dio” Melissa finì di bere il suo caffè. E ancora il piccoletto “Signorina un po’ di gentilezza e rispetto e cortesia per i vecchi…” Melissa continuava a bere il suo caffè. “Signorina Signorina….certo non ci sono più i giovani d’oggi…” Melissa allora si voltò. Guardò prima il piccoletto poi tutta la massa di agitatori ultra settantenni. Prese fiato e urlò “Mi sembrate un branco di vecchi rincoglioniti voi e tutta questa menata di parlare con Dio. Tanto già siete mezzi morti non potete né accelerare ne rallentare alcun processo. Ne tanto meno chiedere qualche sconto in paradiso. Adesso fatemi passare prima che mi arrabbi sul serio.” E uscì pensando a quanto si stava bene ad essere in pace con se stessi e la natura.
Melissa era impiegata all’ufficio di collocamento del lavoro. La sua scrivania era la quarta della serie. La sua rispetto alle altre era decisamente la più pulita. Quella mattina Melissa era seduta alla sua scrivania- Quella mattina l’ufficio era pieno di gente. “Prego non superate la linea gialla” ogni tanto diceva a voce alta Melissa. Prego mantenete lo spazio necessario per la privacy. Prego rispettate il vostro turno. Prego. Avanti. Prego. Si. No. Prego.
Arrivo il turno di una giovane disoccupata. Lei iniziò a farle domande circa la sua possibilità di trovare un lavoro certo e sicuro... “sempre in conformità al suo percorso di studi e di lavoro” cercava ogni volta di sottolineare Melissa. La ragazza iniziò a parlare e disse un po’ timidamente “Io sono una ballerina. Me lo può trovare lei un lavoro come ballerina?” “Direi proprio di no” rispose Melissa. “Ma lei cosa sa fare? Che esperienze di lavoro ha avuto. Ha controllato sulla bacheca i lavori che attualmente sono disponibili?” “Bacheca? Quale bacheca…io sono una ballerina. Me lo può trovare lei un lavoro come ballerina?” “Le ho già detto di no. Ma vediamo. Ha avuto esperienze forse come baby sitter, baby dogger, barista, gelataia, sciampista phonista vetrinista lustrionista unghiata, oppure come addetta alla selezione del materiale incendiario, alla segheria, come portinaia, come educatrice stiratrice massaggiatrice o call center …bè…lo vede oggi è il suo giorno fortunato…non ha che l’imbarazzo della scelta.” “Ma io so solo ballare” “Ma lei lo sa quante persone entrano qui ogni giorno? Lo sa quanta mancanza di lavoro cè attualmente. La prego. Se desidera trovare un lavoro io allora può rimanere altrimenti la prego, vada da un’altra parte a giocare”
La fila iniziava ad innervosirsi…qualcuno gridava…si la centralinista io, si si la sciampista la so fare io, ecco si io prendo il posto di portinaia…. La ragazza continuò a guardare Melissa. La guardò fisso negli occhi. Scoppiò a piangere. Si asciugò le lacrime con un fazzoletto di carta. Lasciò il fazzoletto sul tavolo di Melissa e se né andò in silenzio. La folla continuava a gridare. Melissa guardò il fazzoletto. Prese dei guanti di plastica nel cassetto della sua scrivania. Prese il fazzoletto, lo buttò e semplicemente disse “Avanti un altro.”

Sai che ti dico? Ma mandalo a cagare” si rivolse così Clotilde alla sua amica stesa sul divano a confrontare cinque oroscopi diversi della giornata pensando che se dava retta alla previsione di Elle non sarebbe nemmeno dovuta uscire di casa, ma le già era fuori casa, così aveva preferito credere alle sentenze di Branko che prospettavano un miglioramento della terza casa nella quinta che congiunta con il sole a giove avrebbero creato un pentagono meraviglioso “Un trigono, un trigono, non un pentagono” disse Clotilde, anche se d’altronde Paolo Fox consigliava di essere molto prudenti con tutti i mezzi di locomozione e meno male che non aveva preso la macchina continuava a pensare che poi c’è anche quello di Barbanera che dice che presto la sofferenza si trasformerà in un fiore selvatico dove le api andranno a cibarsi di nettare ludico e forse era il caso di comprare della biancheria intima nuova ma dove l’avrebbe comprata se non poteva prendere la macchina per la previsione di Fox continuava a pensare sfogliando l’ultima rivista alla pagina undici dove si trovavano le previsioni del tempo che secondo lei si potevano interpretare anche quelle alla luce di tutto il materiale raccolto fino ad ora. “Ma la vuoi far finita?” disse Clotilde. “Il consiglio degli astri è sempre lo stesso, Mandalo a cagare” “Ma io lo amo…” “Ah si? E perché lo ami?” “Perché…perché…” “E’ generoso?” “Bè ecco, non proprio…a momenti ma in fondo in fondo so che lui lo è, lo sento dentro” “Si va bè…è allegro? Ti fa ridere? “Bè…ecco si a tratti…” “Ma se non fai altro che piangere come fai a dire che ti fa ridere?” “Mi fa ridere dentro…ecco si…dentro” “Si va bè…ti fa regali, fiori, cene, sorprese?” “Bè ecco…no, ma perché non è nel suo stile, ma profondamente dentro…so che lui è così”. Clotilde si versò un bicchiere di vino rosso, si accese una sigaretta e disse “Mandalo a cagare mia cara. Ciò che dentro è dentro ciò che è fuori è fuori e fuori si vede ben poco. Impara da me. Mi vedi sottomessa, piangente, impaurita, debole, dipendente, muta, non truccata o mal vestita? Certo che no, te lo dico io, perché io ho capito come funziona il mondo. No dico, mi hai guardata bene? Lo vedi che bel decoltè che ho? Mi hai mai visto senza trucco, senza parole, senza una tavola apparecchiata, senza un progetto specifico di vita? Certo che no. Guardami molto bene. Lo sai come mi chiamano al bar qui sotto? Contessa, Principessa, Sua Maestà e Signoria Vostra. Adesso staccati da quella tenda che me la stai pure sporcando. E alzati allo stile di Rossella. Ti permetto anche di dire…Domani è un altro giorno”


REGOLA NUMERO DUE: Il cliente

Oggi per esempio devo andare a prendere un certo Mr Rok alle due e mezza al centro. L’ho incontrato due notti fa. Un fotografo. Di quelli bravi. Di quelli che vengono chiamati giorno e notte. Di quelli che vengono chiamati per ogni piccolo o grande fatto che accade in città- seppur una piccola città, in questi luoghi succedono sempre un sacco di cose. Tipo ieri. “Hanno detto che è un’emergenza” mi diceva Mr Rok mentre si rollava una cartina dentro la mia macchina. Che tra parentesi io non fumo nemmeno. E Mr Rok lo sa. Ma fa finta di niente. Si rolla le sue cartine e lascia metà del tabacco sul mio sedile. Che tra parentesi è un Signor sedile, di pelle nera lucida. Intatta. Comunque mi dice che il giornale lo ha chiamato con urgenza per un fattaccio… “Così mio caro mi hanno detto…un fattaccio” e aggiunge “Si tratterà di qualche cattura pericolosa tipo…ah già il tizio che importunava le ragazze dai capelli rossi sotto il ponte…sarà da ridere…cioè…pericoloso…a volte questo mestiere mi intimorisce un po’…non sai mai dove ti mandano, cosa devi fotografare…a volte …” e mentre parla arriviamo lentamente al posto segnalato dal giornale. Ci fermiamo. Vediamo una macchina della polizia. Una dei vigili del fuoco. Una anziana signora. Dei curiosi. Tutti intorno ad un albero. Tutti a guardare in alto. Scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo con cautela. Sentiamo prima le lacrime della signora anziana. E poi i volti preoccupati della polizia e del capo dei vigili del fuoco che sta preparando l’attrezzatura adatta per salire pericolosamente sulla cima dell’albero. Io rimango in silenzio e osservo. Mr Rok sta preparando la sua macchina fotografica e inizia a fare domande… “Buon giorno sono il fotografo del giornale, mi hanno detto di correre qui…che succede cosa è successo?”
Bè”, risponde il poliziotto più vicino all’albero “Il gatto della Signora Pina è scappato questa mattina all’alba e dopo una lunga e disperata ricerca lo abbiamo scovato arrampicato alla cima dell’albero. Abbiamo immediatamente chiamato i vigili del fuoco che come potrà vedere sono già all’opera. Il gatto è all’ultimo ramo, quello più alto. Sarà un’impresa rischiosa. Comunque chi ha iniziato le indagini sono stato io Roberto Gervasi, scriva si annoti, ho iniziato e risolto il caso. Se mi vuole fotografare accanto all’albero con il dito puntato verso il cielo come ad indicare l’oggetto felino smarrito…” Mr Rok scattò una misera fotografia alla scalata del vigile del fuoco e alla anziana Signora. Ma non aspettò che il gatto venisse riportato a casa. Una foto con il vigile del fuoco con in braccio il gatto…non era proprio nel suo stile. Così ce ne andammo dopo pochi minuti. E io iniziai i ridere.



Domani è un altro giorno” gridò Camilla. Domani è un altro giorno domani è un altro giorno e io ho voglia di buttarmi giù dal balcone. Però se mi butto dal mio balcone nessuno sarà in grado di venirmi a prendere e il balcone è pure basso rischio solo di rompermi una gamba e di spaccare il cellulare così poi nessuno mi verrebbe a prendere. Oppure potrei prendere quattrocento pastiglie e mettermi il pigiamino di seta da uomo così quando vengono a prendermi mi trovano anche vestita bene, che poi però se mi addormento prima e mi dimentico di chiedere aiuto…e se poi mi fanno fare la lavanda gastrica lo sporcherei tutto il mio pigiama nuovo da uomo. Domani è un altro giorno domani è un altro giorno. Lo amo lo odio lo amo lo odio lo odio lo odio mi sta antipatico mi da sui nervi mi fa venire mal di stomaco è diventato pure brutto è grasso e lo amo lo odio lo odio lo odio oddio domani è un altro giorno domani è un altro giorno. Oppure potrei salire in cime alla torre della città e fingere di svenire, essendo certa che di sotto ci siano tante persone, magari mi metto l’abitino aderente e vado a farmi bionda che se sono bionda e precipito dall’alto mi si vede meglio. Magari potrei chiamare in anticipo il fotografo del giornale per uno scoop…oddio magari potrei vestirmi come la donna di “la donna che visse due volte” con quel tubino grigio che insieme al biondo dei capelli ci sta un incanto e così mentre precipito lievemente dalla torre tutti mi riconoscerebbero e immediatamente coglierebbero la somiglianza tra me e lei…domani è un altro giorno domani è un altro giorno domani è un altro giorno.

Mi annoio” sospirò Clotilde. “Mi annoio da morire.” Mentre controllava gli appuntamenti per la giornata seduta alla sua scrivania entrò una giovane ragazza.
Buon giorno mi chiamo Daniele Lucini”
Si?”
Ecco io sono il figlio dell’Amministratore Direttivo dell’Officina Bang Bang quella che produce prodotti ecologici per lo sterminio di insetti scarafaggi topi e pipistrelli. Come figlio dell’Amministratore Direttivo io sono di conseguenza l’Amministratore Delegato. Delegato per faccende delicate. Per questo motivo sono qui. Per una faccenda delicata- possiamo parlare in privato un attimo?”
Veramente qui non cè nessun altro a parte lei Delegato Amministratore e io indiscussa Presidente e Vice Presidente dell’Ufficio in questione. Che problema ci sarebbe?”
Noi facciamo ogni anno delle indagini topografiche circa la pericolosità o meno di possibili invasioni da parte di insetti pipistrelli topi e scarafaggi. Controlliamo la carte originarie, le fondamenta, le fognature, insomma tutto quello che è necessario fare per garantire e tenere una strada pulita protetta. Come si dice la prevenzione è tutto.
Sì. E allora?” sospirò Clotilde cercando di aggiustarsi il decoltè “Allora cosa si previene?”
Abbiamo attivato dei microchip che sono collegati a dei trasmettitori che mandano onde magnetiche rivelatrici della possibile presenza di insetti nocivi all’uomo. Queste onde quando segnalano uno o più esseri misteriosi trasferiscono automaticamente i dati al sistema madre situato nel nostro ufficio di campagna.”
Vada avanti…sono curiosa, gli ultracorpi ci invaderanno presto?”
Tralascerò ogni accenno di sarcasmo. Bene il Sistema Madre l’altro giorno ci ha parlato. Sembra che proprio in questa zona, proprio sotto gli uffici dove lei e il suo personale lavorano abitualmente, sembra dicevo, sia presente un enorme quantità di quelli che io chiamo creature nocive a sé e all’uomo”
Si. E cioè”
Ecco ancora non siamo proprio certi … sto parlando di pingirelli, strana e nuova creatura derivata dall’accoppiamento tra la femmina del pipistrello e il maschio del topo”
Ma lei mi sta prendendo per il culo?”
No, certo che no.”
Me lo dice cosa vuole da me questa mattina?”
Si Signora. L’unica maniera per difendersi da queste nuove creature e quindi annientarle, è quella di diffondere sotto le fognature i nostri prodotti Bang Bang, in quantità elevata.”
Dovrei scendere sotto le fognature e spruzzare quella roba? Glielo chiedo un’altra volta, mi sta pigliando per il culo?”
No Signora. Tutto vero. Ma lei non deve fare proprio niente. Se non lasciare una piccola firma per autorizzarmi a fare il mio lavoro, un’altra piccola firma per sollecitarlo, un’altra ancora per garantirmi una copertura in caso di intrusione delle forze dell’ordine, un’altra-
AHHHH”
Signora…ride?”
Guardi…non posso farne a meno…la prego…è meglio che lei vada ora…prima che il riso si trasformi in un’altra cosa…”
Ma Signora…”
Sento che il mio riso sta diventando altro…”
Va bene Signora, arrivederci…ci risentiremo presto…”
Il figlio dell’Amministratore direttivo prese la sua valigia da amministratore delegato ed uscì. Clotilde lo guardò mentre apriva la porta ed usciva. Si ributtò sulla scrivania e sbuffò “Mi annoio…accidenti come mi annoio”
La sera Clotilde tornò a casa. Suo marito già era arrivato e la aspettava. Seduto al divano. La guardava. Clotilde appoggiò la borsa e disse “Mbè?”
Ho accesso il riscaldamenti” disse suo marito.
Clotilde si tirò via il cappotto e salì in camera da letto.
La mattina successiva Clotilde si alzò dal letto. Preparò il caffè per suo marito. Si accese una sigaretta in balcone. Inspirò sospirò e buttò fuori una gran porzione di fumo dove sembrava leggersi dentro “aiutoooo” ma non aiuto di – voglio una colf che mi aiuti a pulire la casa – e nemmeno – voglio una colf che mi lavi i piatti, in fin dei conti lei era anche provvista di lavatrice – e nemmeno aiuto voglio un amante- suo marito accendeva spesso i riscaldamenti – ma aiuto. Aiuto e basta.

Camilla si alzò, si guardò allo specchio. Si tirò via la maglietta. “Mi sono calate le tette. Mi è calato il culo. Ho i capelli sbiaditi. E le occhiaie. Per non parlare delle mie occhiaie.” E come faccio a farmi fotografare stamattina?” Si infilò sotto la doccia. Completamente gelata. Si era ricordata che il secondo marito di sua zia che era un medico oculista diceva che le occhiaie si ritirano con l’acqua gelida. Se questo principio fosse stato vero, l’acqua fredda avrebbe fatto bene anche a tutto il resto del corpo. Si sarebbero però ritirate anche le tette? Così cercava di coprirle con un asciugamano caldo, le tette, mentre tutto il resto del corpo veniva coinvolto in un flusso continuo di acqua gelida. Risvegliata e “ritirata” a sufficienza, Camilla uscì dalla doccia e si vestì- certamente si controllò un istante la serie di tette, occhiaie, glutei, si sollevò pensando che non si fosse ulteriormente ritirato niente, si vestì e si preparò ad uscire. Si era preparata la notte prima un borsone pieno zeppo di vestiti. Necessari alle foto. Anche se il fotografo le aveva detto “Bastano due cambi e un solo paio di scarpe. E vieni già truccata.” Il borsone di Camilla era un modello astronave da viaggio con ruote quattro per quattro. Era capace di contenere un intero armadio a dieci ante di vestiti e le prime tre file di una normale scarpiera da muro. E in quel momento la valigia conteneva tutto questo. Compreso un delizioso cappellino rosa e tutto il set dei trucchi rubati a sua cugina alla quale aveva fatto da madrina per il sacro rito della cresima. Senza entrare nei dettagli sul come e sul perché le venne in mente di rubare la trusse alla cugina che, poveretta, aveva solo dodici anni, e aveva scelto proprio Camilla come esempio morale davanti a Dio e al prete, Camilla possedeva ora tutto il set completo di ombretti fard e rossetti tono su tono della barbi principessa.
Erano già le nove. Troppo tardi. Camilla uscì di corsa e iniziò a correre. E corse. Attraversò la strada senza accorgersi del rosso del semaforo. E una macchina inchiodò. Camilla riuscì a non essere investita ma la valigia invece si scontrò contro la macchina. E volo. E volarono tutti i vestiti delle quattro ante dell’armadio, tutte le scarpe dei primi quattro cassetti della scarpiera e tutti i trucchi della Barbi. Tutto volò in aria. E tutto precipitò sulla macchina. La macchina di Marco.
Per Dio” gridò Marco
Per Dio!” gridò Mr. Rok
Oddio” sibilò Camilla
Marco scese dalla macchina. Camilla salì sulla macchina. Mr. Rok inziò a fotografare. Camilla si attaccò al cruscotto per cercare di riprendere i suoi vestiti. Marco si attaccò al cruscotto per cercare di prendere Camilla. Mr. Rok continuava a fotografare. Marco allungò la mano e afferrò Camilla che stava cercando di sganciare la scarpa dallo specchietto retrovisore. Lo specchietto si spaccò Camilla perse l’equilibrio, precipitò insieme a tutti i vestiti che intanto scivolavano dal tettuccio e tutti insieme caddero su Marco. Mr Rok continuava a fotografare.
Per Dio” disse Marco “Per Dio e ancora per Dio. Ma lei è matta. Si tolga dalla mia pancia e insieme si riprenda tutti i vestiti”
Aiuto…i miei vestiti le scarpe i trucchi della Barbi, il mio appuntamento…il mio appuntamento col fotografo…ora sarò un disastro ora … ora…”
Mr Rok continuava a fotografare e tra un clic e l’altro disse “Se Lei è la signorina Camilla Leli quella Camilla con la quale ho discusso circa tre ore per convincerla a portare con se solo due cambi d’abito, se lei è quella Camilla aspirante attrice…bè il suo appuntamento sono io e non si agiti, il servizio lo stiamo già facendo.”
Camilla scaraventò con violenza Marco e i vestiti lanciò contro una macchina una scarpa che spaccò il finestrino anteriore buttò a terra lo specchietto retrovisore che si ruppe definitivamente e disse “Ah.. si Camilla sono io…” e sentì un clic “Ma lei non può farmi le foto ora” un altro clic “sono un disastro” un altro clic “Aspetti” clic, clic, clic. E finalmente Mr Rok disse “Ascolta, ti do del tu. Per me il servizio è già fatto. Fidati. E’ il tuo giorno fortunato. Fidati. Non voglio nemmeno essere pagato. Le foto te le mando via posta. Cd e stampe. Fidati. Poi ti farò sapere altro. Fidati” clic.

...

Camilla camminava per le strade della sua città. Non pensava più a Rossella ne a Via col Vento. Il vento ora sapeva che girava dalla sua parte. Si fermò davanti ad un enorme cartellone dieci per dieci e rimase immobile a fissarlo. E sorrise. E disse a sé se stessa…quella sono io, quella sono io!

REGOLA NUMERO TRE: pronti a tutto

Edizione straordinaria” così diceva la Signorina del TG otto della sera. Stavano interrompendo tutte le trasmissioni nazionali. Tutte. “Il vecchio congelatore” condotta dall’ attrice velina cubista del momento che con un microfono a forma di banana parlava con dieci concorrenti scelti tramite estrazione. Durante l’anno venivano scritti all’interno delle confezioni di tonno Rio De Mar dei nomi presi dalle riviste “Di Più Tv, Tv Sei Tu, Eva, Novella duemila e tre”. Le lattine di tonno che si trovavano nei supermercati venivano comprati dalla gente normale e la gente normale che apriva la scatoletta di tonno, quando trovava scritto il nome del vincitore, doveva fare una telefonata al numero verde 4444444444 e dire il nome del fortunato vincitore. Il pubblico da casa diventava così protagonista della trasmissione. Era il caso di Melissa che aveva trovato una di queste incredibili scatolette e dopo avere chiamato la madre il padre la sua migliore amica e il fidanzato ed essersi commossa, aveva immediatamente chiamato il numero verde e quindi urlato il nome del vincitore. I dieci concorrenti venivano poi portati in una cella frigorifera provvisti di piumini d’oca e coperte e costretti ad un’abitazione forzata per venticinque giorni. Ancora una volta il pubblico da casa diventava protagonista perché era proprio lui, il pubblico che sceglieva il più simpatico da non eliminare. “Il vecchio congelatore” era il programma maggiormente seguito il giovedì sera. Tutta la piccola città era inchiodata davanti al piccolo schermo.
Ma quel giovedì si interruppe. “Edizione straordinaria edizione straordinaria” e arrivò la felice seducente giornalista del tg otto che disse “Amici telespettatori. Una notizia è giunta poco fa in redazione. Un gruppo di venti persone, tra uomini e donne, sembra essere scappato dalla casa di cura per igiene mentale “La mente risplende”. Queste persone non ancora del tutto identificabili sono disperse nella nostra città. Non c’è nulla da temere. Sono solo persone che hanno una certa deficienza mentale. Se doveste vedere o percepire qualcosa di strano, prego chiamare il numero verde 320593498630498 per riferire ai nostri centralini la persona sospetta. Grazie della collaborazione. Ridò la linea a Britney con la sua magnifica trasmissione “Il vecchio congelatore”

Hai sentito cosa ha detto?” disse Clotilde a suo marito che si era nel frattempo già addormentato. Si accese una sigaretta e iniziò a pensare. E poi sorrise. E poi telefonò a Camilla per avvertirla di fare attenzione a quello che diceva per la strada, così per sicurezza, poi chiamò Melissa che aveva appena parlato con sua madre dicendola di chiudere a chiave le porta, poi chiamò Cristina e infine svegliò suo marito. “Accendiamo i riscaldamenti?” disse. E lei “No caro. Stasera sono piena di pensieri ti aspetto a letto.” Sotto le coperte le venne in mente lo strano incontro cha aveva fatto tre giorni prima. E se quello strano ragazzo fosse stato uno di quelli scappati dalla Casa di Cura? Poteva fare qualcosa? Certo, se invece non fosse stato…avrebbe messo nei guai un povero innocente. In quel fluire di pensieri si addormentò.
Venne svegliata la mattina dopo. “Aiuto Clotilde aiuto…mi vieni a prendere?” diceva la voce al telefono. Era Camilla. Era stata segnalata alla polizia da un passante nel pomeriggio il quale passante sconosciuto aveva subito chiamato il numero verde che era collegato con la polizia che era subito arrivata al posto segnalato e senza dare tempo alla sventurata di dire nulla l’avevano caricata e portata alla prigione della città. “Cosa succede?” disse Clotilde. “Succede che ieri stavo camminando per la strada poi all’improvviso mi è venuto in mente il mio ex fidanzato e mi veniva da piangere e allora ho cercato di trattenere le lacrime perché, come dici tu, mica si può piangere così davanti a tutti, e allora mi sono sforzata di pensare a Rossella che mi diceva domani è una altro giorno domani è un altro giorno e io non ci credevo così le ho risposto male e ho gridato che si doveva fare i fatti suoi che il mio ex fidanzato era molto peggio di ret butler e che ret almeno ci aveva provato con le mentre il mio fidanzato no. Così ho urlato piena di rabbia. Ma senza piangere. E in quel momento un tipo che stava facendo fare la pipì al cane mi ha vista e ha chiamato il numero verde ed è arrivata la polizia che ha iniziato a parlare con me e si è convinta che io sia una di quelle matte scappate la notte scorsa. Ora stanno cercando di chiamare la Casa di Cura ma le linee sono sempre occupate. Puoi venire a prendermi e a garantire per me? Ti prego…ho passato qui tutta la notte.”
Arrivo” disse Clotilde. Ma tu, ti prego rimani in silenzio.


ALL’UFFICIO DI POLIZIA ORE 02.00

M I S S I O N E S P E C I A L E
Incontro speciale di protezione sicurezza per la grande marcia sacra del paese.

Allora ragazzi…”disse il comandante capo Nelson. “La sapete perché vi abbiamo riunito tutti insieme, tutti alle due del mattino?”
“…”
Allora, razza di morti di sonno, volete rispondere si o no?”
“…bè…” sussurrò Paolo – “siamo qui per organizzarci. Organizzarci sì, per la marcia sacra.”
Certo ragazzo, per la marcia sacra. Certo…ti pare che abbia dispiegato così tanti uomini in tenute mimetiche e fucile e quant’altro per organizzare una stramaleddetta marcia sacra in onore del santo Dio?”
“…”
Cercherò di parlare chiaro. Una mandria di matti come sapete è scappata dal manicomio, che ora chiamano casa di igiene mentale o che so io, ma per me è la stessa cosa, matti decelebrati sono. Immaginateli ora marciare insieme a tutti gli altri pellegrini figli di Dio. Immaginateli, immaginate quei dementi in mezzo alla folla di poveri pellegrini che vanno a pregare Signore Dio per avere la pace in cielo, e si vedono in mezzo a loro dei potenziali criminali, Cristo Santo non ci posso pensare, non ci posso pensare. Tutto il lavoro in questi anni di ronde notturne di cani lasciati liberi di aggredire rumeni stupratori, di difesa del pubblico e innocente cittadino … e ora… ora si ricomincia da capo…insieme a quei maledetti ci tocca pure eliminare dei malati schizzofrenici…per Dio … mi manca il respiro…mi manca il fiato…io li voglio vedere morti tutti, tutti quanti, e i nostri amati pellegrini sani e salvi davanti a Dio.”

La squadra di polizia si organizzò. Tre squadroni d’assalto appostati all’inizio della marcia. Altri tre squadroni speciali in mezzo alla folla. Due truppe di piloti dell’aeronautica MS H KI che avrebbero sorvolato e controllato dall’alto la situazione. Venticinque macchine della polizia avanti e dietro il corteo. E infine cani al guinzaglio e cani liberi - di - sbranare all’odore rumeno-marocchino-africano. Tutto era pronto. Mancavano solo tre ore all’inizio della processione. Paolo si fece il segno della croce e indossò la sua corazza.

ORE 21.00 – CAMMINATA SANTA – DURATA DEL PERCORSO, TUTTA LA NOTTE.

Quando comincia?” disse una vecchia signora alla vicina di fila, che era Melissa.
A breve … a breve…” sospirò Melissa.
Sono tanto emozionata lo sa?”
e’ soltanto un cammino Signora, nient’altro che un cammino. Si rilassi”
Forse si…lei è giovane e non capisce. Io e mia nuora ci venivamo sempre assieme…fino a quando…ecco mi scusi, ogni volta mi commuovo…ogni volta che penso a mia nuora … Ecco le dicevo…tre anni fa era tanto buio e camminavamo …sulla soglia della strada…e mia nuora…bè…è caduta giù. Nel burrone.”
Ah…”
Sì. Non l’abbiamo più trovata. Ma lei crede che abbia perso la fede? Non l’ho mai persa. Mai.”
Melissa aprì il suo termos di caffè e latte caldo. Lei alla processione ci era andata soltanto per curiosità.
In fondo…” continuò l’anziana signora “ In fondo non posso dare a Dio la colpa della mia vita. Nemmeno le disgrazie. Lo sa cosa diceva sempre mia nuora? Che siamo noi che dobbiamo aiutare Dio, non il contrario.”
“ …”
Rimane zitta eh? La doveva conoscere mia nuora. Era una donna incredibile. Incredibile. Ma quando parte questa processione?”
Tra pochi minuti…pochi”

REGOLA NUMERO QUATTRO: Non nominare il nome di Dio invano

Che a saperlo che dovevo accompagnarlo alla processione, mi sarei inventato un campionato Italia Francia. E invece preso all’ultimo momento. Mi chiama questo pomeriggio e mi dice di accompagnarlo in un posto, vedrai, mi dice, ne vedrai delle belle. Sì. Delle belle. Una coda kilometrica di anziani e giovani, poliziotti e cani, preti ed elicotteri. E per di più la mia macchina è bloccata a kilometri di distanza e chissà Dio quando potrò recuperarla. Ma chi me l’ha fatto fare. Dovevo lasciarlo all’uscita della Chiesa e andare. Invece lui mi frega. Pochi minuti e partiamo pochi minuti e partiamo. E intanto è passata un’ora.

Mr Rok cercava di farsi strada in mezzo alla gente. Un gruppo di giovani figli del Papa muniti di bandiere e chitarre si erano appostati davanti a lui e sorridendo chiedevano di essere fotografati. Così un altro gruppetto di anziane devote alla Madonna di Loreto avevano cercato invano di oltrepassare i ragazzi figli del Papa per cercare di essere immortalate in un ritratto fotografico… “Si si si chiama ritratto fotografico, me lo ha detto mia nipote che è fidanzata con il fotografo del Messaggero. Che poi se ci fanno la foto finiamo diritte diritte in prima pagina!” diceva una del gruppo devote alla Madonna di Loreto. Melissa continuava a bere il suo termos di caffè. Il prete Don Matteo Bendetto e Unto intonò “Santo Santo Santo il Signore” e tutti i partecipanti iniziarono a cantare lodi e inni a Dio. Mr Rok cercava di farsi spazio e strada. Doveva fotografare la partenza della marcia, doveva fotografarla assolutamente. Ma il gruppo di devoti lo stava allontanando, e in pochi minuti si trovò distante, vicino al gruppo di poliziotti e cani. Si voltò un attimo sulla sinistra e riconobbe Paolo, il poliziotto che gli aveva tolto la patente. Un attimo. Un attimo e si accorse che il gruppo di devoti si era trasformato in un folto gruppo di gente armata. Dove erano andati a finire i crocefissi? Al momento Mr Rok riusciva a vedere solo pistole e cani. E quelli iniziò a fotografare.

Siamo noi che dobbiamo cercare di aiutare Dio...” pensava Melissa…

La processione era iniziata. Le persone cominciarono a camminare. I telefoni cellulari incominciarono a squillare.


UFFICIO NUMERO VERDE SMMST
(scoperta malati mentali schizzofrenici e turbati)

Il capo ufficio del centro SMMIST un uomo sulla cinquantina d’anni sorrideva. Sentiva tutto l’ufficio risuonare e le sue segretarie risuonavano anche loro insieme agli squilli e chiassose prendevano nota e riagganciavano. “SI SI SI” esclamava il capo ufficio e ancora “SIII suonate telefoni suonate e ancora suonate! Ogni telefonata perduta sono cinque centesimi in meno ogni telefonata presa sono tre centesimi in più!” Passeggiava il capo ufficio del terzo piano. Sembrava trovarsi in una camera concertistica dove i telefoni diventavano violini e flauti, le parole delle ragazze percussioni e gran tromboni e il rumore della cornetta appoggiata a seconda dei casi con grazia e o violenza, quel rumore era aria di violoncelli e contrabbassi e infine il pianoforte segnava la danza faticosa dei caffè e dei bagni. Il capo ufficio era felice. “SI tutto questo è opera mia, tutto questo è opera mia!”

Il centro SMMST aveva ricevuto milioni e milioni di telefonate. La situazione sembrava diventare pericolosa.

CAMMINATA SANTA – Primi passi

Melissa aveva finito il suo termos. Ed era solo all’inizio del percorso. Si voltò verso l’anziana signora “ Arriva una gran salita ora Signora è pronta?” Ma l’anziana Signora non le rispose nemmeno. Uscì dal gruppo per un attimo. Melissa la vide tirarsi via le scarpe e inginocchiarsi a terra. E pregare. Dopo pochi minuti si avvicinarono a lei altre signore anziane come lei. Tutte facevano la stessa cosa. Si tiravano via le scarpe e si mettevano in ginocchio. A pregare.

Ecco pensò Melissa. Sento i passi del mio cuore che vanno verso una direzione. Ma non so quale sia. Ho solo paura di perdermi. Ho solo paura di non potere più tornare indietro. Ho solo paura di cambiare occhi. Ho paura di vedere troppo lontano. Vedere lontano. Melissa si avvicinò alle anziane signore e iniziò a pregare.

Padre Nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome e venga il tuo regno…” diceva in camminata Don Matteo e Benedetto e Unto. Attorno a lui quattro maschi di giovane età che portavano quattro bandiere con diciture in latino e immagini sacre raffiguranti colombe e ulivi verdi.
Mi hanno dato sette in condotta” sussurrò il primo ragazzo al secondo, quello che portava la bandiera con l’ulivo.
Poveretto” risponde il secondo ragazzo con la bandiera del Papa
Mi hanno beccato mentre facevo dei disegni sconci sui muri del bagno della scuola”
Ma dai…che hai disegnato?”
Un uomo e una donna che pisciano”
Ah…ti hanno sospeso?”
No. Mi hanno detto che me la potevo cavare se venivo a fare la processione”
Ho capito.”
E tu?”
Mi piace quella del terzo C. Si chiama Giulia.”
Nooo quella biondina con le tette grosse? Sta qui in mezzo? E tu ci vuoi provare questa notte?”
Bè…provare…mi piace. Sua nonna la manda ogni anno a fare la processione perché c’hanno il fratello tossico”
Ah! Ma tu ci vuoi provare questa notte? Ci sta pure il fratello?”
non lo so…mi piace…”
Dai ci vuoi provare…ci sta pure il fratello?”
Ma che ne so!”
Secondo me ci sta pure il fratello. Starà vendendo lexotan alle vecchiette nervose, figo però…farsi la processione sotto lexotan”
Io una volta l’ho provato l’ho fregato a mia madre e poi ci ho bevuto sopra tre coca e rum.”
Cazzo!”
Ho vomitato per tre giorni. Non l’ho più toccato”

Marco nel frattempo girava in mezzo alla folla cercando Mr Rok. Se ne voleva tornare a casa. Era irritato e stanco. Aveva però un presentimento. Che non sarebbe stato così facile. La sua macchina era distante chilometri e chilometri. Si stava facendo scuro e di Mr Rok neppure l’ombra.

Mr Rok continuava a scattare fotografie.

Melissa e le anziane Signore erano rimaste a terra a pregare.

C’era in mezzo alla folla una giovane ragazza bruna dai capelli lunghi. Stringeva la mano di una ragazzina. La ragazzina si chiamava Alessandra.
Come ti senti, tutto bene?”
No. Voglio tornare a casa dalla mia mamma”
presto, presto ci torniamo”
Ma sono ore che stiamo camminando…”
Sono ore si…”
E perché ci siamo messi a camminare…sento tante persone attorno…tante voci tanti canti…siamo ad una festa?”
Più o meno…sì è una grande festa …”
E perché la mamma non ci è voluta venire, a lei le feste piacciono tanto…”
Perché la mamma lavora. E sono venuta io”
E dove stiamo andando?”
Se stai calma ti spiego tutto”
No, non sto calma. Voglio sapere dove mi stai portando, ho fame e ho sete e voglio tornare a casa mia”
Dopo ci torni a casa. Non ti piacciono i canti? Perché non canti anche tu, le canzoni le conosci?”
Si. Sono quelle della domenica in chiesa.”
Brava.”
Perché cantano?”
Cantano perché sono felici. Cantano in onore della Madonna”
E la Madonna li ascolta? Che gliene frega alla Madonna se loro cantano?”

Forse ha ragione…pensava la ragazza. Forse alla Madonna non gliene frega niente. Come faccio a spiegarle che stiamo facendo la marcia sacra per ricevere la grazia, che sua madre mi ha spedito in processione con lei per chiedere alla Madonna di ridare la vista alla figlia. Ci poteva pensare lei a portarla qui. Come faccio a dirle che poi la Madonna le ridà la vista? Come faccio a raccontarle una scemenza del genere?

Questo sarà il servizio della mia vita…” si diceva Mr Rok. Clic. Un poliziotto che schiaccia la zampa di un altro cane poliziotto. Clic. Il cane poliziotto che morde il poliziotto a fianco del primo poliziotto. Clic. Il terzo poliziotto che da un pugno al secondo poliziotto che aveva fatto partire il pugno al primo poliziotto del cane. Clic. Il quarto poliziotto che per fare calmare gli altri poliziotti dà una manganellata ad un altro poliziotto ancora che si mette a spruzzare del gas negli occhi del cane poliziotto che decide di fare pipì sulle scarpe nuove e appena lucidate di un altro poliziotto ancora che con il calcio della pistola spacca un occhio ad un altro poliziotto che nella confusione fa partire un colpo di pistola al poliziotto davanti che si mette a gridare e chiama i soccorsi.

La processione continuava indisturbata.

Non c’erano però più autoambulanze. Erano tutte cariche di poliziotti e cani feriti.

UFFICIO NUMERO VERDE SMMST (scoperta malati mentali schizzofrenici e turbati)

I telefoni del centro SMMST suonavano. Continuavano a suonare. La signora Gina in cammino santo si era fatta regalare da suo figlio un telefonino nuovo. “Così mi sento più tranquilla” aveva detto “Così se incontro uno di quei matti davanti alla mia strada, chiamo subito il numero verde.” Dopo poche ore di cammino la Signora Gina aveva già fatto quindici chiamate. E insieme a lei tante e tante anziane signore che dicevano di sentire discorsi strani e comportamenti strani di alcuni passeggiatori che non si erano mai visti in città.
Il centro SMMST cercava poi, prese le chiamate, di passarle al comando di polizia cittadina. Il comando di polizia cittadina si muoveva così in direzione ostinata. KM 25 della camminata santa – 35 arresti, KM 40 della camminata santa – 76 arresti – KM 97 della camminata santa – 178 arresti.
I poveretti che non venivano morsi da qualche poliziotto che credeva di dare un calcio al suo cane, venivano trascinati via, in manette, da quei poliziotti che cercavano di rendere tranquilla la processione da matti e molestatori.

Si erano fatte le sette del mattino.

Il centro SMMST aveva cessato di suonare. Le giovani telefoniste avevano perso i sensi. E il gran direttore si era addormentato con un sorriso di gloria.

La processione era finita. E non era rimasto nessuno. Se non il preste che continuava a cantare la messa da solo e una giovane coppia di innamorati che si promettevano amore eterno.


LA FINE


11 GIUGN0 2009 – Testata del giornale locale – (il giorno dopo)

IN MARCIA VERSO LA MADONNA
Milioni di persone hanno partecipato, come ogni hanno, alla Processione Santa. Attimi di commozione e fratellanza sono testimoniati dalle foto scattate durante la marcia.
Anche quest’anno la parola di Dio è entrata nei cuori della gente. Toccanti le parole del nostro sacrestano Don Benedetto “Abbiamo riscoperto i grandi valori del silenzio. Dio è con noi.”

Le foto sottostanti raffiguravano – quattro anziane signore che piangevano – un bambino che sorrideva – una giovane mamma con il marito che le baciava la guancia – una bandiera in onore di Dio, dell’anno precedente.

In un trafiletto in fondo pagina però, si parlava di milleseicento segnalazioni e milletrecento arresti. La prigione della città era colma di gente che cercava di capire il motivo per il quale era stata trascinata lì. I Segnalatori avevano fatto la fila fuori dalla prigione e capitava che da segnalatori anonimi potessero diventare sospettati. La polizia si metteva le mani nei capelli. Tutto era un caos. Ma dopo circa dodici ore vennero rilasciati tutti.
E di veri matti nemmeno l’ombra.