Cercherò in altri mondi la vita che sto cercando qui. A momenti la vita che sto cercando è proprio vicina. In altri no. A momenti la vita che sto cercando non è più da cercare. A momenti il tavolino con sopra una carota nera, che esiste davvero, mi pare una magnifica avventura d'amore. Alle volte la vita che sto cercando mi dice che è già trovata. Alle volte ogni respiro che faccio si frantuma in spazi vasti e io non sono più solo il mio respiro. Allora la vita che sto cercando è la vita che sto facendo. Forse la vita che sto facendo è già la vita che sto cercando. La stanza delle meraviglie dove la vado a cercare?
La vado a cercare nella carota nera e nel tavolino trasparente dell'Ikea.
SPECIALE FINE DEL MONDO
Vorrei dire ad alta voce, che se il mondo finisse domani, sto ancora aspettando mille risposte di lavoro, amici e non amici che mi dicono che faranno qualcosa per me, assenze e lontananze, accordi finti, lavori saltati, denaro in attesa, richiami, chiamate e pure la doccia che perde. Vorrei dire ad alta voce che se il mondo finisse domani non manderò più un curriculum, non chiederò più aiuto, non spedirò più materiale, non mi domanderò più perchè alle volte la gente è proprio "poveretta te", non cercherò più di aggiustare la doccia, non rimarrò più insonne perchè non trovo lavoro, non mi domanderò più "ma perchè?", non cercherò nel mio cervello spiegazioni universali ignote pure agli illuminati, figurati a me. Questo farò.
Se il mondo dovesse continuare ad essere mondo farò la stessa cosa. E ... sti cazzi.
giovedì 20 dicembre 2012
domenica 16 dicembre 2012
MI CAPISCO SOLO IO-MI ADDOLCISCO SOLO IO
Mi capisco solo io, mi addolcisco solo io.
BUIO
MUSICA
Musica scende piano, prima la luce è sul musicista che si
intravvede po buio poi luce su di lei che è in fondo al palco su una
sedia a scrivere una lettera con la macchina da scrivere. La vediamo
come da un buco di una serratura che possiamo creare con un video (la
scenografia costa troppo)
Batte a macchina. Sta cercando di scrivere una lettera
Silenzio. Ogni tanto si gira, gira la testa verso il pubblico. Poi
silenzio. Riprende a battere.
Oggi 25 aprile 2014....
Continua il ticchettio che dopo un po' si confonde con la musica e
sparisce la luce sulla macchina da scrivere e compare centrale su di
lei a tre quarti con un bicchiere in mano di champagne, lei guarda il
bicchiere, gioca con il bordo lo guarda. E poi parla
CHIAMA LA SARTA
Aiuto aiuto! Non mi entra più il vestito, non mi entra più. Dove
hai messo gli zaffiri che ti avevo chiesto di inserire dove hai
ficcato gli zaffiri? Vieni qui, ho detto vieni qui, che non mi entra
più il mio vestito, sono diventata troppo grossa, gonfia? No? Dici
che sono sempre la stessa? Dici che sono sempre la stessa?
Sono le undici e 45 secondi.
Esce la sarta
Ieri alle undici e 45 ho parlato con il mio fidanzato. Che tra poco
sarà mio marito. Lui non è credente. E io sì. Allora gli ho detto
tranquillamente che lo capisco, che sono aperta, che io non sono mica
come tutte le altre donne io, capisco e accolgo la diversità la
multiculturalità sociale ambientale e sopratutto religiosa. Così
gli ho detto, “amore mio adesso segui un bel corso per cresima e
comunione, lo segui e semplicemente vedi se ti piace, poi sei libero
di decidere, davvero libero di fare quello che ti pare. Poi allora ho
chiamato tutte le mie amiche “Luciaaaaa ciao amore mio, lo sai che
il mio fidanzato mi ama così tanto, che ha deciso di fare il
battesimo, la comunione, la cresima e le stigmate per me?”
Ecco ora mi sento un po' più serena.
Dove ero rimasta? Agli zaffiri del mio vestito?
E poi dopo che mi sposo mi viene in mente la parola creare, la
creatività amore mio, la creatività in ogni forma della vita si
traduce anche in creazione, creare, fare l'amore ...ti piace eh? E
lasciare liberi di espressione tutte le parti del tuo corpo, gambe,
braccia, cuore e spermatozoi, che finalmente possono viaggiare liberi
nel loro universo espanso senza che più nessuno li costringe, perché
a te piacerebbe essere costretto?
A me no davvero.
E io mi identifico in tutte le parti di questa vita che vogliono
essere liberi.
Donne, uomini, bambini e spermatozoi.
OH, Amore mio, ma ti ricordi quando abbiamo viaggiato assieme io e te
lungo la strada dei colli piacentini?
(Prende il telefono e chiama)
Mamma? Mamma? Mi senti? Ti devo dare una notizia … sei seduta? Mi
sa proprio che tra un po' rimango incinta. Si mamma, incinta. Ma non
sei felice per me? Ah certo, prima mi devo sposare.
Io sarei felicissima per me. Sono d'accordo con la politica cinese.
Ora anche loro possono fare figli, perché se no muoiono tutti e
rimangono solo i vecchi. Evviva. Anche se, alcune famiglie i figli
non li dovrebbero fare. Quelli che vivono sotto di me, la Signora
Rumena, La grande Madre, ha cinque figli piccoli, quattro figli
grandi con sei figli piccoli, poi con i fratelli, sei figli grandi
che hanno a loro volta otto figli piccoli, cugini dei sei grandi e
stanno tutti insieme, mangiano bevono fanno la lavatrice, sopratutto
lavatrice, li vedo, mi accorgo, davanti alla mia porta ci sono dodici
stendini soltanto loro, che facciamo il calcolo, 5 figli piccoli per
6 figli grandi per 4 fratelli grandi per 6 figli piccoli, no, era per
8 figli piccoli per tutti insieme fa 5 per 6 uguale30, per 4, 120 per
otto cugini, ::::, per tutti insieme, fa milleseicento calzini corti.
venti lunghi. otto camicie e pantaloni, tutti stesi davanti a casa
mia, ma chi ve lo dice di comprare tutti questi stendini? Ma io non
mi posso permettere di fare 5 per 6 per 8 per i 5 cugini, io sono una
donna libera io. Mica mi puoi obbligare a stare a casa tutto il
giorno a fare le lavatrici, non ho nemmeno lo spazio per il mio
stendino personale. E poi non ci vuoi pensare ai pannolini? Alzati,
cammina, lavati, alzati, piangi, lui piange, prepara, latte,biscotti,
scotta, troppo caldo, freddo mi sono bruciata, si brucia piange
piange, piange, alzati, lavati, cambialo, puzza, si sporca a a ah
….prendilo tra le tue braccia che sei la sua mamma
…..............................................................................
ma cosa piangi...perché piangi, ma perché cazzo stai piangendo,
perché cazzo stai piangendo, che vuoi cosa vuoi, mi vuoi ...fare
morire alla tua mamma, ecco latte, non lo vuoi, biscotto, pappa,
gioco della nonna, ti piace? Non ti piace? I denti, ti fanno male i
denti? Morire? Cioè amore della tua mamma?
PAUSA
PAUSA
PAUSA
La donna si è emancipata. Dal giorno della rivoluzione sessuale,
l'utero è mio, e me lo gestisco io. Non te la do più.
CHIAMA LA SARTA
Tira via tutti gli zaffiri che hai messo, tutti, tutti quanti non li
voglio più. Sono troppi. Non so contare. Quel calcolo matematico ...
che già mi è venuto il mal di testa, non ero ferrata in scienza al
liceo. Adesso me li tiri via tutti, questi zaffiri che mi fanno
venire in mente dei piccoli vermiciattoli, tipo quei bastardi degli
spermatozoi, ma chi si credono di essere. Liberi? Ma quale libertà.
Ora mi sento più serena.
Ah, la mia lettera.
Dove ero rimasta?
Me ne vado.
Torna alla macchina da scrivere.
Oggi 25 Aprile 2014. Oggi sposi. Forse … oggi sposi, oggi 25 aprile
2016 si sposeranno...no, oggi 25 aprile 2014 si sposeranno... si
sposeranno? Certo che si sposeranno. Si sposano, non c'è mica il
dubbio. Oggi sposi. Oggi … sposi. Forse ci potrei mettere una frase
speciale, in ricchezza e povertà finché morte non ci separi. Lo
intitolo finché morte non ci separi.
PAUSA
PAUSA
PAUSA
Fino a che non arriva la morte, io devo passare tutta la mia vita con
lui? No, non è che sono insicura. Lo amo. Lo amo. Ma fino alla
morte, ma chi lo può dire.
PAUSA
Fino alla morte possono succedere un sacco di cose. Un sacco. Io sono
anche una donna molto indaffarata, ho mille progetti da portare
avanti, mille idee, io sono una persona in movimento, mica posso
passare il tempo a cucinare, fino alla morte per lui, che sì, lo
amo, lo amo davvero, ma io non voglio cucinare fino alla morte. E poi
io alla mattina mi sveglio tardi. Lui si sveglia presto. Devo
preparare la spremuta di arancia fino alla morte? Ma io non voglio
preparare la spremuta di arancio fino alla morte. Io l'arancio lo
odio, non mi piace, a me piace mangiare due kiwi la mattina. Cosa
vuol dire che non li posso più mangiare?
PAUSA
Forse potremo anche sposarci in comune Mica è peccato. Poi quando ci
avviciniamo alla morte ci possiamo anche pensare alla Chiesa. No? Io
sono una persona libera e lui non è nemmeno cattolico. Allora mica
lo posso costringere no? No.
PAUSA
CHIAMA LA SARTA
Allora forse potresti rimettere gli zaffiri, ma magari su un altro
vestito meno impegnativo. Qualcosa che fa meno “fino alla morte”
Magari un colore che dà possibilità, un bel viola? No, il viola fa
proprio morte, allora un arancione. Ecco un arancione... ci staranno
bene gli zaffiri sul vestito arancione? Ma poi chi lo vuole tutti
questi zaffiri?
Esce la sarta.
Ritorna alla macchina da scrivere.
Oggi sposi, no. Domani sposi, non si sa. Allora forse metto, in un
futuro, stessa data, ma nel 2027 sposi. Sì. Così dal 2027 alla
morte ci passa meno tempo. Però dovrei metterci qualche spiegazione.
Una frase significativa. Un motto. Se ti ami, ami.
Io mi amo, mi amo abbastanza? Forse dovrei proprio aspettare a
sposarmi. Magari non mi amo a sufficienza. Magari l'amore che provo
per lui, è un modo per distogliermi dalla verità, che io non mi amo
abbastanza. Io lo so, non mi amo abbastanza. Me lo dicono tutti. Io
sono troppo buona, me lo dicono tutti. Lui invece si ama, eccome se
si ama! Lo vedo bene che si ama. Si ama, si ama e tutti lo amano
troppo. Anche io forse lo amo troppo. E no, non va bene. E perché
tutti non mi amano come amano lui? Secondo me, io non sono amata come
gli altri amano lui. E allora che mi sposo a fare? A vedere lui che è
amato da tutti gli altri e io no? E oltre a tutto questo amore, ci
dovrei anche mettere il mio? Ma no, io il mio amore me lo tengo, me
lo devo dare a me stessa.
Ecco. Ora mi sento più serena. Più serena.
PAUSA
CHIAMA LA SARTA
Secondo te, perché dovrei mettere un vestito lungo? Per coprire il
mio corpo? Lo vedi che non amo il mio corpo a sufficienza? Ecco,
allora pensa ad un bel vestito che mette in evidenza le mie forme, le
mie tette, che le ho, e pure belle. Perché non dovrei mostrarle?
Perché questo continuo nascondersi? Allora, pensa ad un vestito
corto, aperto, libero, corto capito? Ci mancherebbe che io adesso,
solo perché forse mi sposo, devo mettere un vestito che mi copra
tutto. Certo, a lui piace perché così io non mi metto in mostra.
Certo. Che stupida che sono stata, e nemmeno ci ho pensato prima,
anche la tinta mi faccio. “Ma amore con i capelli bianchi stai
benissimo” ma quale benissimo, sto stronzo. Benissimo perché così
nessuno mi guarda più. Benissimo un cazzo, benissimo. Vestito lungo
e capelli grigi, mica sono tua nonna. Sposati con tua nonna allora.
Cazzo. Cazzo. Allora adesso mi chiami l'estetista e la parrucchiera.
“A me piacciono le donne morbide” ma quali morbide, tu vuoi che
metta su Kili così non mi guarda più nessuno. Sei proprio uno
stronzo! Io ti odio, io ti faccio vedere, allora chiama anche la
nutrizionista, che adesso mi faccio diventare un fisichetto che se mi
sposo, tutti rimangono a bocca aperta. Vaffanculo! Ti prego (rivolta
alla sarta) lasciami sola e chiama tutta sta gente. Io per il giorno
del mio matrimonio devo essere la più bella. Ecco perché è
dimagrito così tanto, mica per l'agitazione, ma perché voleva farsi
figo. Sei proprio uno schifoso. Sto davvero subendo una incredibile
violenza psicologica.
Esce la sarta
Credo di sentirmi male. Mi viene da vomitare. Ho un flusso molto
abbondante. Mi sento svuotata. Sono stanca. Vorrei rimanere un po'
sola. Sono già sola.
Ho una gran paura di fare un passo falso. Una gran paura di
sbagliare. C'era una volta una bambina che non voleva più crescere.
C'era una volta una donna che non voleva più sposarsi. Una volta
c'era una donna che voleva sposarsi. E' scappata via? Non ritornerà
più?
lunedì 10 dicembre 2012
IL GIOCATORE
MI VERSAVO IL LATTE
ADDOSSO
(il giocatore)
Il fallimento me lo ha
insegnato il mio maestro.
Ogni volta che cadi puoi
aggiungere una crocetta in più sul tuo calendario dell'avvento. Il
mio calendario dell'avvento è tutto pulito.
Non ho messo mai nessuna
crocetta. E devo ancora imparare ad aprire le finestrelle. Sono
ancora tutte chiuse.
Vorrei diventare un'altra
persona.
La mia lotta è sempre
stata questa. Lottare per non essere.
La mia esistenza si
confondeva con altro.
La mia lotta si faceva
carico di enormi pezzi di latte - intero - denso - consumato, e
insieme di biscotti a pezzi, lasagne con troppo sugo e i minestroni
della nonna.
Una esistenza che andava
avanti e indietro e non si fermava mai a cercare delle risposte vere
nell'immensità dei miei occhi, che mi sono sempre sembrati molto
piccoli.
Lì, nei miei occhi ho
sempre visto le cose che non andavano.
Lì, nei miei occhi, come
potevo vedere lontano, se, quegli specchi dell'anima per me, erano
soltanto piccole fessure sbiadite?
Tutto quello che mi
accadeva nella vita si mischiava e non prendeva mai un significato
profondo.
Il mio significato
profondo di essere qui.
Alle volte me lo chiedevo
“Ma cosa ci sto facendo qui?”
Ma le risposte erano
vaghe, mai ascoltate.
Io sono un essere venuto
al mondo per vivere.
Ma vivere come?
Come faccio a imparare
come si vive?
Così è stato con il
gioco. Un'avventura che mi ripeteva ogni attimo, che sarebbe finita
proprio in quell'attimo in cui stava incominciando.
Mi sono versata tutto il
latte addosso.
Come quando da piccola,
forse per agitazione e fragilità, mi versavo la tazza di latte
bollente con dentro il nesquik, sul grambiulino bianco.
Ogni mattina succedeva la
stessa cosa.
E ogni mattina mi tiravo
via il grambiule bianco. Forse qualche volta sarò andata a scuola
senza grambiule. Andare a scuola corrispondeva al momento della morte
terrena dei miei sensi ludici.
Sopratutto il confronto.
Mi sembravano tutti più alti di me. Tutti più belli. Tutti più. Ma
io sapevo che dentro avevo qualcosa. Una voce precisa che mi
sussurrava dentro il mio orecchio e arrivava fino al cuore. Me lo
diceva la mia vocina. Tu sei speciale. Tu farai qualcosa di
importante.
Alle volte quel profondo
parlato mi portava lontano dai banchi e dalle maestre.
Ma poi tornavo
precipitando lì in quell'esistenza. Per me faticosa.
Giocavo per ridere.
Veramente all'inizio mi divertivo molto. Ed ero molto fortunata.
Lavoravo come
centralinista per una società di Assicurazione “Super Mas” e
ogni mattina ripetevo sempre la stessa frase “Buon giorno, sono la
centralinista della Ditta di Ass. Super Mas, noi ci occupiamo di
tutto, dal vostro bollo, al vostro sedere”
Lavoravo per otto ore,
sei euro l'ora, sei per otto fa 48, una fatica tremenda, un mal di
testa continuo e arrivavo al 25 di dicembre senza nemmeno riuscire a
compare i regali di natale.
Così mi sono sognata mia
nonna. Mi ha detto nel sogno … 3. Avevo saputo che se qualcuno in
sogno ti appare e ti raccomanda un numero, quel numero lo devi
giocare. Così sono andata a giocarlo. “Su quale ruota?” mi ha
detto il tabaccaio. “Cosè una ruota?” ho detto io. “”Su
quale ruota vuoi giocare il tuo numero? Milano, Napoli, Roma, Genova
...” E io “Non lo so. Però mi sono sognata mia nonna che mi ha
detto 3” e lui “Sua nonna è viva? E' morta? E' italiana? Vive
qui? Di che origini è? E' sposata? Ha figli?” Dopo un lungo
interrogatorio avevamo trovato la ruota giusta. Ho giocato. E ho
vinto. 700 euro. In soli tre minuti. Io ne guadagno meno al mese. 700
euro in soli tre minuti. Non ci potevo credere. Ma allora sono
davvero una ragazza fortunata!
Se la fortuna arriva e
bussa alla porta, devi continuare a tenere la porta aperta.
Così ho aspettato che
mia nonna mi parlasse di un altro numero.
E ho iniziato a
monitorare i miei sogni.
Taccuino e penna vicino
al comodino.
Ore 04,00 – sogno un
cavallo che mi guarda e mangia- cavallo n. 7 – fieno n. 15 –
guardare … è complicato ...guardare con circospezione (no),
guardare con entusiasmo (no), guardare l'ora della propria morte (no)
guardare una mucca (no, era un cavallo, e poi non ero io a guardare
lui, ma lui a guardare me), guardare l'aldilà (no, è solo un
cavallo che mi sta guardando, a meno che, il cavallo non rappresenti
qualcosa di altro, allora cerco – interpretazione simbolica del
cavallo, potrebbe anche essere “fallo” e allora potrebbe anche
essere un sogno erotico, allora ricominciamo da capo, il cavallo è
un fallo, n.8, io a che numero corrispondo? Se conto tutte le lettere
del mio nome dovrei essere un 15, ma, escludendo nome e cognome …).
Ore 06,00 – sogno mia
madre che mi regala un pelusche – madre n. 66, regalo n. 7,
pelusche … anche qui l'interpretazione simbolico numerica vacilla,
e anche qui il peluche potrebbe essere un fallo, allora è sempre lo
stesso numero, 8 – e mia madre potrebbe anche rappresentare altro,
forse il mio desiderio nascosto di essere lesbica, allora lesbica n.
25, ma che c'entra con il fallo, n. 8 …
Ore 05,45 – sogno il
fallo di Brad Pitt. Non ho voluto svegliarmi affatto. Me lo sono
goduto fino alla fine del sogno. E l'unico particolare che mi
ricordo, è il numero 8.
Io non ha mai pensato di
diventare dipendente da qualcosa.
Anche quando ho iniziato
a fumare la prima volta credevo che fosse solo quella volta.
Ero davanti allo specchio
della camera di mia madre. Mi ero vestita con la minigonna (sua) e i
tacchi (suoi) e i trucchi (sempre suoi). Lì davanti mi osservavo con
intensa curiosità.
Non riuscivo a capire se
fossi bella oppure no. Ho preso la mia sigaretta tra le mami.
L'ho accesa. Ho cercato
di fare qualcosa con il respiro, ma stavo soffocando. Poi nel
soffocamento le lacrime che mi scendevano si mischiavano con il
trucco di mia madre, le gambe iniziavano a cedermi e sono caduta a
terra, appiccicata allo specchio.
Violentemente lo specchio
mi ha voluta tutta per sé, e io non potevo fare altro che guardare –
me – stessa –
Sono uscita dall'incubo
del sogno e dei numeri e dei falli, perchè grazie a Dio lo Stato, si
è inventato una serie di schedine e gratta e vinci, totip,
milionario tutta la vita, turista per sempre, win for life, e poi new
slot nei bar e nelle tabaccherie, video lottery, video poker da fare
direttamente su computer, semplicemente cliccando “metti il tuo
numero di carta di credito”, tutto legale, gioco, che non lo
chiamano d'azzardo. Chissà perchè. Giocare con prudenza, come
quando la signorina elettronica ti dice “prego introdurre la
tessera” “prego introdurre il biglietto” “arrivederci e
guidate con prudenza”. Giocate con prudenza. La prudenza la dovete
cercare dentro di voi, non dentro di noi, perchè noi siamo i
MONOPOLI di Stato e dentro di noi la prudenza non è mai troppa,
infatti proprio per essere prudenti, dentro di noi ci sono dieci
concessionarie – società segrete – che vanno a fare le gite dai
tabacchini e invece che regalargli dei fiori e dei salami, gli danno
gli apparecchi e li installano dentro i loro negozi. Così tu vai a
mettere tante monete d'oro nelle macchinette che fanno sempre più
soldi, i soldi se li vengono a prendere quelle società segrete, (le
società segrete concessionarie dello stato), che si tengono una
parte delle monete d'oro e l'altra parte delle monete la danno ai
Monopoli. Bè ma allora se è tutto così chiaro e limpido allora
perchè non dovrei mettermi a giocare? Voglio giocare, voglio
giocare, voglio giocare, voglio giocare!
“Alcune
persone sono particolarmente brave in alcuni giochi dei casinò
online, come poker, bleckjack, slot e fruit machine. Se sei così
fortunato, e io credo che tu lo sia – se nò, non saresti qui –
vai online e comincia a giocare e in breve tempo accumulerai denaro
sul tuo conto! Tanto denaro! Certamente la fortuna ha un ruolo
decisivo, ma, anche la capacità di giocare alle fruti machine ha la
sua parte. E tu, sei un tipo eccezionale. IO
SONO UN TIPO ECCEZZIONALE! Molti casinò online premiano i
loro giocatori (gli portiamo via anche le mutande) per la loro
capacità nelle fruit machine, e qui, dico, qui, ce ne sono un numero
eccezionale, ECCEZZIONALE, quindi trova quello che ti piace di più,
ti è più familiare, e gioca! Gioca!, Gioca! Io
voglio giocare, io
voglio giocare voglio giocare, AH! I nostri modelli, on
line, sono decisamente più interessanti di quelli che trovi nei pub
o nei centri commerciali, i nostri modelli hanno una grafica più
moderna, e i nostri pulsanti unici, i nostri pulsanti – hold, premi
hold – attesa, e nudge, premi nudge – spinta, Io voglio giocare,
voglio giocare, NOI NASCIAMO COME GRUPPO LEADER NEL SETTORE DEL
GIOCO, siamo nati per rispondere alle esigenze del cliente, del suo
stile di vita frenetico, moderno, noi siamo vicini al TUO STILE DI
VITA, ti garantiamo un servizio pratico, veloce e usufruibile
ovunque, OVUNQUE, per giocare e vincere, come dove e quando vuoi,
Io voglio giocare, giocare, io voglio giocare”
E
poi? Poi sento la radio, tante voci che parlano, basse, sento solo
qualche parola, sento voci di persone che parlano, la crisi,
economia, politica, europa, sento solo delle piccole voci, lontano,
sento freddo, ma fuori non fa freddo, sento freddo e sudo, sento la
storia di un uomo, che racconta. La sua storia. Non mi sono mai
divertito a giocare. E non ho mai vinto. Ho sempre perso e continuo a
perdere. Più perdevo più giocavo. Un giorno ho chiamato mia figlia
al telefono, le ho detto, ho perso ancora, mi sentivo male, e ho
giocato, e ho perso ancora. Mi figlia mi ha detto, ti voglio bene, ma
io non sono malato, lo so, ha detto sua figlia, io ti voglio bene, ed
io invece ero davanti al computer con la mia carta di credito, erano
le otto del mattino e ancora stavo lì davanti, non riuscivo a
fermarmi. Mi sono immaginata mio padre, che mi accarezzava la testa,
mi diceva anche lui, ti voglio bene. Perchè non vado fuori a bere
una cioccolata calda? Non lo so. Hai paura? No. Hai paura? Sì.
La
mia paura è di stare nella vita. Non ci voglio stare lì in mezzo.
La mia paura è dovere vivere con la mia paura. La mia paura è la
più grande bugia della mia vita. Mi asciugo i capelli. Mi specchio.
Sono stanca. Dove sono finiti i miei occhi? I miei occhi piccoli. Tu
non hai gli occhi piccoli. Sono belli. Mi asciugo i capelli.
Accarezzo
i miei capelli. E poi passo la mia mano sui miei occhi. Dentro posso
trovare ancora qualcosa. Dentro i miei occhi non trovo la paura. La
paura è fuori. LA mia paura è solo fuori. Dentro ci sono i miei
occhi. No, non sono piccoli. Sono enormi. E COSA CI VOGLIO VEDERE
DENTRO?
C'è
un segreto che mi sono dimenticata. La vita è dentro. La paura è
fuori. La vita è dentro. E io sto fuori. La vita è dentro e se la
vedo ritorna fuori. La vita moltiplica di fiori. E io sono nei fiori.
Sono nei fiori di un giardino. Mi guardo attorno e lì la paura non
la trovo. Sono dentro.
C'è
un segreto. Ogni carezza scende sul mio capo e mi prende per la mano.
Dove vuoi che ti accompagno stamattina? Vuoi che andiamo a bere una
cioccolata calda? E se me la verso addosso come facciamo? La puliamo.
Tiri via il tuo bel grembiule e te ne metti un altro. Oppure ti tieni
tutta quella cioccolata calda addosso. Senza più un grembiule. A me
non sono mai piaciuti i grembiuli bianchi. Per le femmine. Neri, per
i maschi. A me non sono mai piaciuti. E nemmeno le iniziali. Il mio
nome e il mio cognome. Dentro ci sto stretta. Non lo voglio mettere
più.
Potrei
fare un altro gioco. Un altro gioco ancora. Magari un gratta e vinci.
E se poi vinco metto i soldi da parte e non li uso. Stavolta sono
sicura che posso vincere. Me lo sento che posso vincere.
Posso
vincere un bel cavolo secco. Posso vincere una cicoria andata a male.
Posso vincere un uovo sbattuto senza zucchero, ma con il sale che fa
schifo. Posso vincere un enorme cesto di pomodori da lanciare alla
prima alla scala, anche se lo spettacolo mi piace, così tanto per
farlo, posso vincere una merendina kinder al cioccolato e mangiarmela
in un morso e sporcarmi tutto intorno alla bocca, posso vincere una
marmellata di albicocche, così poi faccio la torta sacher, più
buona della pasticceria sotto casa, posso vincere una fortuna di
vermi, da coltivare per terra, i vermi mi fanno schifo, ma poi dicono
che ci si fanno un sacco di cose, forse pescare, posso vincere una
canna da pesca e gli stivali per l'acqua, posso vincere una zattera
di legno e una noce di cocco e fare finta di essere Venerdì, così
posso rimanere muta per tutto il tempo, posso nuotare dentro la
corsia di acqua gim e far inciampare nell'acqua tutte le signore
ciccione, posso rompere una gamba al custode del mio palazzo e dare
la colpa al figlio della signora del terzo piano, posso mettere il
mio sedere comodo in un cinema e parlare ad alta voce tutto il tempo
disturbando chi mi sta vicino, e magari lanciare qualche pop - corn a
caso, posso bere un litro di birra e vomitare davanti alla porta del
prete che mi voleva fare pagare un affitto di mille euro per il suo
teatro eletto, posso tifare la squadra che mi sta più antipatica
solo perchè sta vincendo. Posso vincere una sacco di belle cose se
decido di non giocare quella schedina.
Allora
che vuoi fare?
Voglio
andare a bermi una cioccolata calda.
Hai
paura?
No
Hai
paura
no
hai
paura?
Si
ma non me ne frega niente.
Sono
entrata di nuovo in una tabaccheria. Ho comprato le sigarette. C'era
del resto. Il tabaccaio mi ha detto “allora, vuoi giocare qualcosa?
Che sogno hai fatto questa notte?”
“Ho
sognato che mi trovavo in un teatro, dietro alle quinte. Stavo
registrando della musica. Brahms. Il quartetto di archi della scala.
All'inizio era spaventata. La musica correva troppo veloce. Le
emozioni anche. La musica correva veloce, e io stavo lì, cercavo di
frenare qualcosa ma non ci riuscivo. Cercavo di mantenermi distante
ma non ce la facevo. Avevo un nodo alla gola. Uno spazio di vuoto e
terrore.
Uno
spazio di assenza.
Ma
non ci volevo stare lì dentro.
Mi
faceva troppo male.
Era
un immenso volume di emozioni, tutte insieme, precipito in un ascolto
senza fine, precipito in una visione che non ha immagini chiare,
ascolto suoni che mi mandano dentro un ciclo di crescere immenso …
taglio le corde delle mie cuffie, butto giù la mia sedia piccola,
voglio veder chi suona.
Ascolta
il rumore di ciò che ti fa così male, ascolta le parole di un
piccolo volume di silenzio, è solo un soffio e non fa male.
Un
passaggio, ho preso un passaggio e sono scivolata in qualcosa che mi
fa ancora paura. La mia paura della bellezza.
PAUSA
PAUSA
PAUSA
(MOMENTO
DI SILENZIO ASSOLUTO)
Sarà
stato anche un dolore dell'amore che mi ha portato fino a qui, sarà
stato un enorme sbaglio che ho fatto, sarà stato solo uno sbaglio,
sarà stata la paura che ricapitasse tutto di nuovo. In ogni forma
sbagliata, posso ritrovare quella sensazione di falso in bilancio.
Il
quartetto finisce di suonare. La gente si alza in piedi. Estasiata.
Inizia ad applaudire. Bravi, bravi bravi! E io sono lì in mezzo al
pubblico. Io sto applaudendo tutta quella bellezza. E grido, bravi,
bravi, bravi. BRAVI! E poi il quartetto di archi indica me dal palco,
e mi ringrazia, e mi urla brava, brava, allora la gente si volta
verso di me e mi dice, brava, brava, brava! La signora con la
pelliccia di fianco a me mi sorride, mi dice, brava, hai fatto
proprio una bella registrazione, se non c'eri tu, noi, come potevamo
ascoltare tutto questo?
E
poi mi sveglio.
Accendo
la radio.
E
mi metto ad ascoltare.
E'
è proprio lì, la mia musica preferita.
E
sono di nuovo viva.
domenica 9 dicembre 2012
il giocatore - prima parte
MI VERSAVO IL LATTE
ADDOSSO
(il giocatore)
Il fallimento me lo ha
insegnato il mio maestro.
Ogni volta che cadi puoi
aggiungere una crocetta in più sul tuo calendario dell'avvento. Il
mio calendario dell'avvento è tutto pulito.
Non ho messo mai nessuna
crocetta. E devo ancora imparare ad aprire le finestrelle. Sono
ancora tutte chiuse.
Vorrei diventare un'altra
persona.
La mia lotta è sempre
stata questa. Lottare per non essere.
La mia esistenza si
confondeva con altro.
La mia lotta si faceva
carico di enormi pezzi di latte - intero - denso - consumato, e
insieme di biscotti a pezzi, lasagne con troppo sugo e i minestroni
della nonna.
Una esistenza che andava
avanti e indietro e non si fermava mai a cercare delle risposte vere
nell'immensità dei miei occhi, che mi sono sempre sembrati molto
piccoli.
Lì, nei miei occhi ho
sempre visto le cose che non andavano.
Lì, nei miei occhi, come
potevo vedere lontano, se, quegli specchi dell'anima per me, erano
soltanto piccole fessure sbiadite?
Tutto quello che mi
accadeva nella vita si mischiava e non prendeva mai un significato
profondo.
Il mio significato
profondo di essere qui.
Alle volte me lo chiedevo
“Ma cosa ci sto facendo qui?”
Ma le risposte erano
vaghe, mai ascoltate.
Io sono un essere venuto
al mondo per vivere.
Ma vivere come?
Come faccio a imparare
come si vive?
Così è stato con il
gioco. Un'avventura che mi ripeteva ogni attimo, che sarebbe finita
proprio in quell'attimo in cui stava incominciando.
MI sono versata tutto il
latte addosso.
Come quando da piccola,
forse per agitazione e fragilità, mi versavo la tazza di latte
bollente con dentro il nesquik, sul grambiulino bianco.
Ogni mattina succedeva la
stessa cosa.
E ogni mattina mi tiravo
via il grambiule bianco. Forse qualche volta sarò andata a scuola
senza grambiule. Andare a scuola corrispondeva al momento della morte
terrena dei miei sensi ludici.
Sopratutto il confronto.
Mi sembravano tutti più alti di me. Tutti più belli. Tutti più. Ma
io sapevo che dentro avevo qualcosa. Una voce precisa che mi
sussurrava dentro il mio orecchio e arrivava fino al cuore. Me lo
diceva la mia vocina. Tu sei speciale. Tu farai qualcosa di
importante.
Alle volte quel profondo
parlato mi portava lontano dai banchi e dalle maestre.
Ma poi tornavo
precipitando lì in quell'esistenza. Per me faticosa.
Giocavo per ridere.
Veramente all'inizio mi divertivo molto. Ed ero molto fortunata.
Lavoravo come
centralinista per una società di Assicurazione “Super Mas” e
ogni mattina ripetevo sempre la stessa frase “Buon giorno, sono la
centralinista della Ditta di Ass. Super Mas, noi ci occupiamo di
tutto, dal vostro bollo, al vostro sedere”
Lavoravo per otto ore,
sei euro l'ora, sei per otto fa 48, una fatica tremenda, un mal di
testa continuo e arrivavo al 25 di dicembre senza nemmeno riuscire a
compare i regali di natale.
Così mi sono sognata mia
nonna. Mi ha detto nel sogno … 3. Avevo saputo che se qualcuno in
sogno ti appare e ti raccomanda un numero, quel numero lo devi
giocare. Così sono andata a giocarlo. “Su quale ruota?” mi ha
detto il tabaccaio. “Cosè una ruota?” ho detto io. “”Su
quale ruota vuoi giocare il tuo numero? Milano, Napoli, Roma, Genova
...” E io “Non lo so. Però mi sono sognata mia nonna che mi ha
detto 3” e lui “Sua nonna è viva? E' morta? E' italiana? Vive
qui? Di che origini è? E' sposata? Ha figli?” Dopo un lungo
interrogatorio avevamo trovato la ruota giusta. Ho giocato. E ho
vinto. 700 euro. In soli tre minuti. Io ne guadagno meno al mese. 700
euro in soli tre minuti. Non ci potevo credere. Ma allora sono
davvero una ragazza fortunata!
Se la fortuna arriva e
bussa alla porta, devi continuare a tenere la porta aperta.
Così ho aspettato che
mia nonna mi parlasse di un altro numero.
E ho iniziato a
monitorare i miei sogni.
Taccuino e penna vicino
al comodino.
Ore 04,00 – sogno un
cavallo che mi guarda e mangia- cavallo n. 7 – fieno n. 15 –
guardare … è complicato ...guardare con circospezione (no),
guardare con entusiasmo (no), guardare l'ora dela proprio morte (no)
guardare una mucca (no, era un cavallo, e poi non ero io a guardare
lui, ma lui a guardare me), guardare l'aldilà (no, è solo un
cavallo che mi sta guardando, a meno che, il cavallo non rappresenti
qualcosa di altro, allora cerco – interpretazione simbolica del
cavallo, potrebbe anche essere “fallo” e allora potrebbe anche
essere un sogno erotico, allora ricominciamo da capo, il cavallo è
un fallo, n.8, io a che numero corrispondo? Se conto tutte le lettere
del mio nome dovrei essere un 15, ma, escludendo nome e cognome …).
Ore 06,00 – sogno mia
madre che mi regala un pelusche – madre n. 66, regalo n. 7,
pelusche … anche qui l'interpretazione simbolico numerica vacilla,
e anche qui il peluche potrebbe essere un fallo, allora è sempre lo
stesso numero, 8 – e mia madre potrebbe anche rappresentare altro,
forse il mio desiderio nascosto di essere lesbica, allora lesbica n.
25, ma che c'entra con il fallo, n. 8 …
Ore 05,45 – sogno il
fallo di brad pitt. Non ho voluto svegliarmi affatto. Me lo sono
goduto fino alla fine del sogno. E l'unico particolare che mi
ricordo, è il numero 8.
Io non ha mai pensato di
diventare dipendente da qualcosa.
Anche quando ho iniziato
a fumare la prima volta credevo che fosse solo quella volta.
Ero davanti allo specchio
della camera di mia madre. Mi ero vestita con la minigonna (sua) e i
tacchi (suoi) e i trucchi (sempre suoi). Lì davanti mi osservavo con
intensa curiosità.
Non riuscivo a capire se
fossi bella oppure no. Ho preso la mia sigaretta tra le mami.
L'ho accesa. Ho cercato
di fare qualcosa con il respiro, ma stavo soffocando. Poi nel
soffocamento le lacrime che mi scendevano si mischiavano con il
trucco di mia madre, le gambe iniziavano a cedermi e sono caduta a
terra, appiccicata allo specchio.
Violentemente lo specchio
mi ha voluta tutta per sé, e io non potevo fare altro che guardare –
me – stessa –
Sono uscita dall'incubo
del sogno e dei numeri e dei falli, perchè grazie a Dio lo Stato, si
è inventato una serie di schedine e gratta e vinci, totip,
milionario tutta la vita, turista per sempre, win for life, e poi new
slot nei bar e nelle tabaccherie, video lottery, video poker da fare
direttamente su computer, semplicemente cliccando “metti il tuo
numero di carta di credito”, tutto legale, gioco, che non lo
chiamano d'azzardo. Chissà perchè. Giocare con prudenza, come
quando la signorina elettronica ti dice “prego introdurre la
tessera” “prego introdurre il biglietto” “arrivederci e
guidate con prudenza”. Giocate con prudenza. La prudenza la dovete
cercare dentro di voi, non dentro di noi, perchè noi siamo i
MONOPOLI di Stato e dentro di noi la prudenza non è mai troppa,
infatti proprio per essere prudenti, dentro di noi ci sono dieci
concessionarie – società segrete – che vanno a fare le gite dai
tabacchini e invece che regalargli dei fiori e dei salami, gli danno
gli apparecchi e li installano dentro i loro negozi. Così tu vai a
mettere tante monete d'oro nelle macchinette che fanno sempre più
soldi, i soldi se li vengono a prendere quelle società segrete, (le
società segrete concessionarie dello stato), che si tengono una
parte delle monete d'oro e l'altra parte delle monete la danno ai
Monopoli. Bè ma allora se è tutto così chiaro e limpido allora
perchè non dovrei mettermi a giocare? Voglio giocare, voglio
giocare, voglio giocare, voglio giocare!
“Alcune persone sono
particolarmente brave in alcuni giochi dei casinò online, come
poker, bleckjack, slot e fruit machine. Se sei così fortunato, e io
credo che tu lo sia – se nò, non saresti qui – vai online e
comincia a giocare e in breve tempo accumulerai denaro sul tuo conto!
Tanto denaro! Certamente la fortuna ha un ruolo decisivo, ma, anche
la capacità di giocare alle fruti machine ha la sua parte. E tu, sei
un tipo eccezionale. IO SONO UN
TIPO ECCEZZIONALE! Molti casinò online premiano i loro
giocatori (gli portano via anche le mutande) per la loro capacità
nelle fruit machine, e qui, dico, qui, ce ne sono un numero
eccezionale, ECCEZZIONALE, quindi trova quello che ti piace di più,
ti è più familiare, e gioca! Gioca!, Gioca! Io voglio giocare, io
voglio giocare voglio giocare, AH! I nostri modelli, on line, sono
decisamente più interessanti di quelli che trovi nei pub o nei
centri commerciali, i nostri modelli hanno una grafica più moderna,
e i nostri pulsanti unici, i nostri pulsanti – hold, premi hold –
attesa, e nudge, premi nudge – spinta, Io voglio giocare, voglio
giocare, NOI NASCIAMO COME GRUPPO LEADER NEL SETTORE DEL GIOCO, siamo
nati per rispondere alle esigenze del cliente, del suo stile di vita
frenetico, moderno, noi siamo vicini al TUO STILE DI VITA, ti
garantiamo un servizio pratico, veloce e usufruibile ovunque,
OVUNQUE, per giocare e vincere, come dove e quando vuoi, Io
voglio giocare, giocare, io voglio giocare”
mercoledì 21 novembre 2012
Un condominio.
- La Signora Gina non aveva visto di buon occhio quei ragazzi già dal primo giorno. Quando Giò il gatto era andato in calore. Lei non poteva sopportare quei lamenti gattini e soprattutto quell’odore felino. E non sopportava più nemmeno l’odore umano di Luigi e tutti gli amici suoi. Aveva cercato di scrivere all’amministratore a tutti i condomini del palazzo aveva lasciato lettere minatorie era persino arrivata a rubare l’ombrello di Luigi, che se pur rotto, le aveva dato una grande soddisfazione. Ma tutto questo non era servito a niente. Luigi e gli amici suoi ancora stavano lì.La terza porta del pianerottolo era abitato da un’anziana Signora. Di circa 90 anni. Viveva sola.Maria. La signora Maria ogni venerdì della settimana chiamava i pompieri la polizia e l’autoambulanza. Si sentiva sempre degli strani fremiti vicino al cuore. Così al minimo accenno di dolore lei prendeva il telefono e componeva solo con un tocco di dito…l’uno per i pompieri, due per la polizia, tre per l’autoambulanza. Un giorno arrivò il venerdì. Lei era gia pronta davanti al telefono un po’ in dubbio su quale tasto schiacciare. Facciamo l’uno. Si, facciamo l’uno. Schiaccio il tasto. Parlo con l’operatore Francesco. Francesco la ascoltava. E Maria faceva traboccare ogni malore e un grave sentore di pericolo di morte. Va bene, disse l’operatore Francesco, lei non si deve preoccupare mi lasci il suo indirizzo. Lei lo fece. Poi uscì per andare a fare la spesa. Certo era venerdì. Lei non avrebbe mai fatto la spesa di sabato. Uscì con la sua lista della spesa. Maria girava beata da uno scaffale di biscotti morbidi a quello dei sanitari, dal bancone della carne macinata a quello del pane fresco. Un etto di qua, un salame di là, un dolcino di qui e un assaggino di lì. Nello stesso istante una squadra speciale di pronto intervento arrivò sotto casa di Maria. Suonarono alla porta telefonarono e risuonarono. La squadra speciale si guardò negli occhi. Dobbiamo chiamare i vigili del fuoco, arrampicarci ed entrare dalla finestra. State pronti. Potrebbe avere lasciato anche il gas aperto. Arrivarono anche i vigili del fuoco, proprio mentre la Signora Maria stava raccogliendo i punti per comprare un pentola antiaderente. Era allegra. Ne aveva già raccolti milleuno. Gliene mancavano soltanto venti. I vigili del Fuoco erano gia arrivati al quinto piano. La Signora Maria stava attraversando la strada. I Vigili del Fuoco spaccarono la sua finestra. La Signora Maria stava entrando dentro il portone. I Vigili del fuoco provvisti di mascherina erano finalmente entrati dentro casa. La Signora Maria con le chiavi di casa, pure.Intanto al terzo piano una famiglia di indiani stava facendo il bucato. Milanel stendeva. Mamel suo marito la guardava. Milanel cercava di concentrarsi sui calzini sulle magliette. Mamel continuava a guardarla. La guardava ma pensava ad altro. Pensava all’incontro della mattina. Con il medico ginecologo. Dopo pochi mesi di arrivo in Italia sua moglie aveva lamentato dolori di ogni genere. Prima era un ciclo troppo abbondante, poi l’assenza di ciclo poi i dolori del ciclo poi le infezioni le irritazioni poi i pruriti poi il gonfiore addominale sotto e sopra uterino intra costale. In linguaggio indiano come pure in quello italiano, loro non erano ancora riusciti a fare l’amore. In linguaggio indiano come pure in linguaggio italiano tutto ciò per Mamel diventava decisamente frustrante. Per questo motivo decise di accompagnarla da un dottore ginecologo. Proprio mentre Milanel finiva di stendere il calzino blu, Mamel cercava di ricordare le parole di quel dottore “La Signora è affetta da una infezione fastidiosa che va avanti da mesi e che non è mai stata curata”. Quelle parole gli rimbombavano nella testa …c’era qualcosa che non tornava…qualcosa…che non lo convincevaMentre Milanel stendeva l’ultima maglietta e Maria offriva un tè nero a tutta la squadra mobile, Riccardo intonava un armonico puro. Cercò di ascoltarsi e si emozionò per la purezza di quel suono. Riprese a cantare. Si stava esercitando su un passo di lirica tedesca barocca. Cantava con la parola liebe. “E’una canzone sulla guerra?” lo interrogò sua madre che era appena rientrata. “Mamma…è una canzone sull’amore, sull’amore, mamma non lo senti la malinconia, lo straziante struggente del testo?” No. Rispose sua madre. E aggiunse che ai suoi tempi le canzoni d’amore si capivano che erano d’amore. Riccardo quasi offeso le rispose che quella che stava cantando era datata ancora più di lei e sua madre invece che lanciargli la ciabatta col tacco gli rispose “Allora forse sei tu che non sai cantarla.” E iniziò a parlare del figlio della Signora Gironella la sua amica d’infanzia. Suo figlio era diventato capitano speciale e l’Arma gli aveva fatto dono di sedicimila spillette d’oro. Dato l’esagerato numero, La Signora Gironella gliene aveva regalate cento. Riccardo non la guardò nemmeno. Era rimasto intrappolato nell’ultimo rimando sonoro dove il protagonista dice “Die liebe dauert oder dauert nicht…” non riusciva ad estendere la sua voce come avrebbe voluto. Forse, pensò, guardando sua madre che iniziava a contare le spillette, forse non la so cantare perché io non so parlare d’amore…Potrei continuare a cantarla come fosse una canzone di guerra cantarla distaccato eseguendo senza emozione cantarla e basta solo con la voce e chi crede di stare ad ascoltare una canzone sulla guerra lo assecondo, almeno diranno che era una canzone sulla guerra molto commovente, commovente come può esserlo una canzone su violenza e morte, la morte dell’amore l’amore che muore …sì ti amerò fino a morirne ti amerò fino a morirne, lo dice la mia canzone, ti amerò fino a morirne, amore così estremo, devo riuscire a toccare quell’estensione, ma non ce la faccio…non ce la faccio. La mia vita ora non si muove.“Novantotto, novantanove, e cento!”La verità. Mamel si era trasferito in Italia da oramai sei anni. Una famiglia gli aveva dato da lavorare. Con assunzione con riconoscimento lui con riconoscenza aveva pure trovato una bella casa. In poco tempo imparò a parlare l’italiano. Dopo quattro anni la sua famiglia iniziò a dirgli che era ora di trovare moglie. Lui doveva tornare in India per sposarsi. E ritornare in Italia con la nuova moglie. Mamel non aveva proprio voglia di sposarsi. Aveva conosciuto una ragazza, Roberta. Uscivano ogni martedì per andare a prendere il gelato in piazza. Poi una mattina arrivò la telefonata. Sua madre diceva che avevo scelto una rosa di sei ragazze speciali. “E’ ora che tu torni figlio mio. E’ ora di prendere moglie.” A malincuore lui parti. Un mese. Aveva a disposizione un mese per trovare una moglie sposarla e tornare in Italia.Tutto dipendeva da lui. Lui entrava nella stanza della possibile sposa. La guardava. Le chiedeva “Come ti piace il gelato?, Sei ancora vergine? Qual è il tuo animale preferito? Ti piacerebbe trasferirti in Italia?”. Terminato il colloquio lui avrebbe avuto dieci secondi di tempo per decidere di pronunciare la frase “ti va di diventare mia moglie?”Solo che quella volta non la pronunciò. Quando entrò nella stanza e trovò lei. Piccola e minuta. Lo guardava e le veniva da ridere. “il gelato mi piace al cioccolato mi piace il gatto e mi piace pure l’india. Però non sono capace di cucinare. Mi vuoi portare in Italia?” e lui rispose si.
- Si sposarono e lui tornò in Italia prima solo ma con una videocassetta del matrimonio che mostrò a tutti i vicini di casa. Sei ore di matrimonio indiano. Nella videocassetta si vedeva lui seduto a terra e tante donne di una certa età colorate e luccicanti che gli versavano addosso petali di rosa e liquidi gelatinosi. Il rito preparatorio durava soltanto due ore. Altre due ore di presentazione di tutti i parenti e le ultime due di celebrazione del marito e della moglie vi dichiaro, detto in lingua indiana. La Signora Gina sospirò e pensò che se pure l’indiano si era sposato forse c’era speranza anche per suo figlio, Luigi e gli amici suoi al secondo minuto di videocassetta decisero di fare rifornimento di stupefacenti, la Signora Maria si addormentò dimenticandosi del venerdì e Riccardo rifletteva. Pensava che da loro era tutto più semplice. Toccasse a me, pensava, la fortuna di scegliere una moglie tra sei donne diverse.Quella mattina la Signora del terzo piano ricevette una telefonata. Era di suo figlio Gilberto. Si, il lavoro va bene, i soldi anche, amici sì, tanti e stasera esco con Carolina, magari ti mando una foto che così la conosci. Erano le parole che arrivavano dall’altro capo del telefono. Parole che la Signora del terzo piano andò subito a riferire alla Singora Gina. E fu in quel momento che Gilberto allungò la sua mano verso Frances, Frances come Francesco Garcia Rodrigez. Allungò la sua mano sulla sua spalla. Poi più in là. E poi.Mamel tornò in Italia. Si preparò sei mesi per l’arrivo di sua moglie, che passarono veloci . E lei arrivò. Non sorrise quando vide il paese in cui viveva Mamel non sorrise quando vide la casa e nemmeno sorrise quando vide Luigi e gli amici suoi che non riuscivano ad aprire la serratura della loro porta di ingresso. Forse perché non era la loro porta di ingresso. Mamel le aveva comprato un gelato al cioccolato e aveva chiesto in prestito il gatto di Luigi e gli amici suoi, che però si era rifiutato di entrare nella casa di Mamel perché a lui, Giò, la cipolla non piaceva. Milanel si rinchiuse in casa e per settimane non uscì. Le signore del condominio curiose e gentil donne cercarono di parlare con Milanel attraverso Mamel e Mamel cercava di parlare con sua moglie attraverso le donne del condominio. Ma non fu un gran dialogo perché lei si rifiutava di parlare sia con loro che con lui. Cioè con lui parlava. O piuttosto. Piangeva. Lamentava sempre dolori intimi, fastidi, irritazioni…non posso farlo ancora, gli sussurrava in lingua indiana…sono troppo provata da tutto questo dolore. Lui aveva già sentito parlare della scusa del mal di testa, ma non voleva dubitare dell’onestà di sua moglie. Finché un giorno dopo settimane decise di portarla all’ospedale. Lei entrò nella sala del medico ginecologo. E lui pure. Milanel non capiva e non parlava l’italiano. La visita iniziò. Mamel si stupì del fatto che quel signore il ginecologo aveva avuto la fortuna di essere in intimità con sua moglie ancora prima di lui. Ma il pensierò durò un attimo. Il ginecologo alzò la testa e osservò la ragazza. Contemporaneamente parlava con lui. “La Signora è affetta da una infezione fastidiosa che va avanti da mesi e che non è mai stata curata”. Ha tradotto? Disse il dottore? Mamel tradusse mentre il dottore continuava a guardare la ragazza che intanto si versava di lacrime. Eppure…pensava Mamel mentre apriva la porta di casa…eppure…eppure…Pensiero pensantePensiero vicino alla comprensioneComprensioneCapì all’improvviso. Capì. Per un attimo ricordò con precisione le esatte parole del dottore “La Signora è affetta da una infezione fastidiosa che va avanti da mesi e che non è mai stata curata, e che si trasmette solo per via sessuale”Improvvisa comprensione di parole. Tutte le parole. Improvvisa comprensione di parole. Tutte.Come può mia moglie avere un’infezione di quel tipo che si trasmette solo per vie sessuali se con me l’amore non l’ha mai fatto?E un ulteriore bagliore si accese sul suo volto… “si mi piace il gelato al cioccolato, mi piacciono i gatti, mi piace l’india, mi vuoi portare in Italia con te?” E comprese che lei, quel giorno rispose soltanto a tre delle sue quattro domande.Scadenza. La scadenza di dovere pagare l’affitto entro la fine del mese per Mamel, la scadenza di trovare i soldi per comprare altra roba da bere per Luigi e gli amici suoi, la scadenza di preparare quei versi amorosi per Riccardo.Davanti al suo pianoforte rilesse la musica. E i versi d’amore. Un testo sul sacrifico dell’amore. L’amore che va oltre la morte perché l’amato arriva fino all’ultimo istante, e in quell’istante si dà alla morte per mantenere vivo il suo amore. Ma che significa tutta questa roba. Come si fa a donare qualcosa che nemmeno si ha, la vita se te la togli te la togli e non ti rimane niente, nemmeno il ricordo ti rimane, il sacrificio poi si dimentica in fretta, ma poi che assurdità sacrificarsi per un corpo, non è generosità questa, vuol dire essere proprio stupidi.Dall’appartamento vicino Luigi e gli amici suoi ascoltavano Tenco e cantavano intonando certe parole “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare, perché volevo qualcuno da amare, la notte, parole d’amore. Parole d’amore.”Più non ho voglia di sentire parlare d’amore più sono costretto ad ascoltarlo, urlò in silenzio Riccardo. Si dimenticò di sistemare i suoi spartiti, lasciò il pianoforte aperto ed uscì. Camminò a lungo senza sapere dove, camminò per cercare di far uscire fuori tutta la sua rabbia, anche se non sapeva di preciso perché, la rabbia c’era, punto e basta. Camminò e si fermò di fronte ad una piccola casa che aveva un terrazzo ben visibile, era al primo piano. C’era una ragazza nera, ballava, con la musica nelle cuffiette e cantava nel silenzio di quella stradina desolata. Aveva un vestitino leggero, a fiori senza scarpe. Si infilava nell’aria il corpo e la musica la sua voce e il suo ballo. Ogni tanto passava qualcuno che osservandola si metteva a ridere. Ma a lui non veniva da ridere. Le piaceva. Lei continuava a ballare e lui si emozionò. Da uomo. Così che per un momento il piacere si sostituì alla rabbia.Suonò alla porta della Signora Maria Luigi. Gli amici suoi erano rimasti in casa a curare il gatto che intanto era scappato dalla finestra e osservava il tramonto. Miao. Sospirò. Luigi suono per tre volte, violentemente, e ancora nessuno apriva la porta. Risuonò e risuonò. Prima silenzio. Poi, un gran rumore e una specie di caduta. Luigi si spaventò, iniziò a gridare, Signora Signora va tutto bene? La Signora non rispose. Allora chiamò gli amici suoi, ma a nessuno di lare parve importante alzarsi, per un presunto rumore non identificato. Tornò in casa e chiamò il 113. “Centralino, Buongiorno. Se deve denunciare un furto prema uno, se una violenza due, se un assassinio tre, se sospetti di possibile violenza quattro, se incidente automobilistico cinque….” Luigi arrivò fino al numero sedici poi cerco di urlare ma c’era soltanto la segreteria che disse “se volte parlare con un operatore schiacciate 12984387389184731847. Arrivederci.” Intanto la Signora Maria era morta davvero.Soltanto cinque ore dopo arrivarono i pompieri. E i soccorsi. Nessuno poteva credere che Maria fosse morta davvero. Un pompiere mentre si asciugava le lacrime telefonò a sua moglie per dirle che l’amava, un altro ancora si nascose dietro la porta del portone, sperando che la Signora Maria potesse comparire da un attimo all’altro, il comandante dei carabinieri abbassò il suo cappello e scosse la testa. Luigi in piedi guardava. Rigido e controllato non riusciva nemmeno a prendere un respiro. Doveva piangere? Doveva ridere? Dove erano finiti tutti gli amici suoi?
Riccardo ha 35 anni,
vive ancora con sua madre. Anziana donna. Si chiama Gina. Capelli
grigi. Porta sempre le scarpe con un po’ di tacco. Anche dentro
casa. Riccardo è un cantante lirico. E’ bravo? Sì, lo è. Ma un
talento che rimane chiuso dentro la sua stanza e nel cuore di sua
madre. Che sa di quanto suo figlio sia bravo. Alla morte del padre
decise che avrebbe sacrificato un po’ della sua pensione per
aiutarlo nei suoi studi. “Quando diventerai famoso, allora sì, me
li ridarai tutti, adesso non ti devi preoccupare.” E lui non se ne
preoccupò. Affatto. Lei ora lo guardava. Cercando di capire dove
avesse sbagliato. Perché ora lei era certa di avere sbagliato
qualcosa. Specialmente quando parlava con la vicina del terzo piano.
Sì, di suo figlio Gilberto, un ingegnere. Il figlio ingegnere della
vicina del terzo piano guadagnava seimila euro al mese viveva alle
isole Wite e presto, a sua detta si sarebbe sposato. Gilberto
guadagnava un seimila euro al mese. E’ vero. Viveva alle isole
White. E’ vero anche questo. E forse era anche vero che si sarebbe
sposato. Forse. Davvero. Certamente forse.
Così all’oscuro dei
davvero e certamente “forse” la mamma di Riccardo si stava
interrogando sul futuro del suo giovane figlio. Cioè, si diceva, io
alla sua età avevo già fatto due bambini, lavoravo e tenevo la
casa, da sola.
La Signora Gina si stava
seriamente interrogando su suo figlio.
Accanto alla porta della
Signora Gina, abitava Luigi. Un ragazzo siciliano. Con la sua
fidanzata, con il suo amico, l’amico del suo amico, l’amico
dell’amico del suo amico e un gatto. Giò. Un bilocale
sovraffollato. Di rumore di musica di persone di fumo legale e non.
Luigi e tutti gli amici suoi erano perfetti studenti mantenuti. Da
circa dieci anni. Nessuno di loro veniva mai abitato da parole come
senso di responsabilità, esami, lavoro, guadagnare, denaro.
Vivevano alla giornata che poteva iniziare alle tre del pomeriggio
essere sospesa alle sette e ripresa alle undici di sera per poi
finire alle cinque del mattino.
venerdì 16 novembre 2012
Domani
è un altro giorno?
12
DICEMBRE 2008
Il
solito turno delle due, ancora il solito turno delle due. La mia
fidanzata si è arrabbiata un’altra volta. Solo perché sono il più
giovane mi tocca sempre stare qui e mi tocca pure conversare con il
mio collega che mi parla di Gina la rumena che ha conosciuta al night
vicino alla caserma che come fa sua moglie a sopportarlo lo sa Dio sì
lo sa Dio. Valeria mi ha regalato un libro su come realizzare i
desideri e diventare per sempre felice. L’ha scritto un tedesco con
un nome corto che come si fa a pronunciare lo sa Dio c’ha la K la H
e la C in un cognome di sole quattro lettere. Che parla bene lui
chissà quanti soldi si è fatto che se ti fai tanti soldi è facile
dire che puoi fare quello che vuoi c’hai i soldi e questo basta a
comprarti tutto e poi mi dice…ma non la felicità…sì lo vorrei
vedere lui a a stare qui alle due di notte con sto freddo con un
collega che pesa duecento kili e sta parlando del culo della rumena
che deve incontrare. Che poi io il mio sogno l’avevo. Me lo ricordo
quando ero piccolo. Guardavo il tenente Colombo e mi piaceva tanto e
poi pure quell’ispettore tedesco mi piaceva. Io mi elettrizzavo
tutto. Ma non perché volevo fare questo mestiere di merda. Io volevo
fare l’attore, cazzo.
“Hei
Paolo mi ascolti? Tira fuori la paletta và, arriva una macchina”
“Prego
scenda dalla macchina”
“Salve”
“Prego
favorisca patente e libretto”
“Sì…un
attimo…ecco”
“Francesco
Rok…ma che cognome eh? Comunque Non sono fatti che mi riguardano,
prego prenda palloncino, prego soffi.”
“FFFFF”
“Mh…Ha
superato il limite lo sa?”
“Ma
guardi ho solo bevuto un bicchiere di vino bianco…”
“Se
non trova qualcuno a quest’ora che la viene a prendere, la macchina
gliela prendiamo noi insieme alla patente e un po’, insieme alla
sua dignità”
“Ma
io faccio un mestiere importante…io lavoro per i giornali, lavoro
anche per voi io, io, io…”
“Io
volevo fare l’attore…” sussurrò il giovane poliziotto
REGOLA
NUMERO UNO: L’appostamento
Io
faccio l’autista. Il mio mestiere è portare in giro le persone da
una parte all’altra della città. Ma ancora prima il mio mestiere è
trovare le persone da portare in giro per la città. Io mi apposto di
notte. Accanto alle macchine della polizia. Aspetto un po’ insieme,
ma distante da loro. Fino a quando compare la prima macchina. La
polizia si eccita un po’ e tira fuori la paletta rossa. L’uomo o
la donna al volante sudando premono freni frizione e fermano la
macchina. L’uomo con la divisa fa scendere l’uomo o la donna
dall’autovettura. Patente, libretto palloncino quanto hai bevuto
tanto poco anche se poco sufficiente per ritirarti patente macchina.
“Ci
dispiace lei ha superato il tasso minimo stabilito”
“Ma
io ho mangiato solo una merendina kinder…”
“Lei
ha superato il tasso minimo stabilito prego favorisca. Favorisca ciò
che ha favorisca ciò che non ha può tornare a casa, ma a piedi
perché la macchina la teniamo noi, in cambio di un tubetto di
dentifricio così da lavarsi i denti e tirare via la puzza di alcol
quando torna a casa da sua moglie-marito.”
E
allora intervengo io. Mi avvicino e fingo di essere un amico della
vittima. “Meno male che sono passato qui per caso, a volte dici, la
fortuna…dai la macchina la prendo io e ti accompagno a casa.”
Nella maggior parte dei casi funziona sempre. Ci vuole forse un
po’ per tranquillizzare la vittima, ma non appena si accorgono che
sono un tipo sano…allora si affidano. Così una parola dopo l’altra
mi presento e dico … “Mi chiamo Marco. E di mestiere faccio
l’autista personale delle vittime della polizia.” Loro, le
vittime, rimangono un po’ allibite, ma poi, dopo avergli mostrato e
lasciato il mio biglietto da visita, generalmente chiamano.
C’era
una giovane donna che appena la conoscevi ti impressionavi per il
colore degli occhi, azzurri. Ma azzurri che avevano l’intensità di
un occhio marrone, nero. Anche se era azzurro. Un colore di occhi che
non voleva essere scambiato per azzurro e basta. Azzurro con
l’intensità di un nero, appunto, o di un castano. Lei era Melissa.
Poi
un’altra ancora che ascoltava quasi sempre e ogni tanto dava
consigli particolari che finivano sempre in “ma mandalo a cagare
quel deficiente”. Forse finivano così perché i problemi erano
sempre gli stessi o forse perché proprio quella parola “ma mandalo
a cagare” le piaceva proprio tanto. Così il “Ma mandalo a
cagare” lei lo usava anche quando parlava del Papa o del macellaio
o dell’ultimo amante della sua amica o del gatto o del barista che
non aveva fatto un cappuccino come si deve. Lei era Clotilde.
Ah…sopirò
Melissa, la ragazza dagli occhi azzurri. Ah…sento il vento che
sfiora i miei capelli…ah…mi sento davvero in pace con la natura.
E con me stessa. Stava parlando con la barista sotto casa. Non è
difficile. Io sono fatta così…sono in pace dentro. Intorno a lei
c’erano tanti vecchietti che facevano la fila per prendere delle
brioche alla crema. Dovevano andare tutti alla processione
d’emergenza, una processione creata per i peccati speciali, per
quelli un po’ più difficile da farsi perdonare. La processione
preparatoria alla Santa e Unica Processione che sarebbe avvenuta
dieci giorni dopo. E prevedeva un cammino sacro per tutta la notte.
Tutti gli anziani erano elettrizzati. La quota di partecipazione era
di soli cinquanta euro. Ci facevi il viaggio in corriera (20 minuti),
pranzo (una brioche dolce e un tramezzino) e la riduzione dei
peccati. Melissa continuava a parlare della pace interiore alla
barista che cercava invece di non perderla la pace pensando a tutta
quella massa di vecchietti che ancora dovevano ordinare. Ad un certo
punto un piccoletto di circa ottanta anni disse “Signorina scusi
noi abbiamo fretta, dobbiamo andare a parlare con Dio” Melissa finì
di bere il suo caffè. E ancora il piccoletto “Signorina un po’
di gentilezza e rispetto e cortesia per i vecchi…” Melissa
continuava a bere il suo caffè. “Signorina Signorina….certo non
ci sono più i giovani d’oggi…” Melissa allora si voltò.
Guardò prima il piccoletto poi tutta la massa di agitatori ultra
settantenni. Prese fiato e urlò “Mi sembrate un branco di vecchi
rincoglioniti voi e tutta questa menata di parlare con Dio. Tanto già
siete mezzi morti non potete né accelerare ne rallentare alcun
processo. Ne tanto meno chiedere qualche sconto in paradiso. Adesso
fatemi passare prima che mi arrabbi sul serio.” E uscì pensando a
quanto si stava bene ad essere in pace con se stessi e la natura.
Melissa
era impiegata all’ufficio di collocamento del lavoro. La sua
scrivania era la quarta della serie. La sua rispetto alle altre era
decisamente la più pulita. Quella mattina Melissa era seduta alla
sua scrivania- Quella mattina l’ufficio era pieno di gente. “Prego
non superate la linea gialla” ogni tanto diceva a voce alta
Melissa. Prego mantenete lo spazio necessario per la privacy. Prego
rispettate il vostro turno. Prego. Avanti. Prego. Si. No. Prego.
Arrivo
il turno di una giovane disoccupata. Lei iniziò a farle domande
circa la sua possibilità di trovare un lavoro certo e sicuro...
“sempre in conformità al suo percorso di studi e di lavoro”
cercava ogni volta di sottolineare Melissa. La ragazza iniziò a
parlare e disse un po’ timidamente “Io sono una ballerina. Me lo
può trovare lei un lavoro come ballerina?” “Direi proprio di no”
rispose Melissa. “Ma lei cosa sa fare? Che esperienze di lavoro ha
avuto. Ha controllato sulla bacheca i lavori che attualmente sono
disponibili?” “Bacheca? Quale bacheca…io sono una ballerina. Me
lo può trovare lei un lavoro come ballerina?” “Le ho già detto
di no. Ma vediamo. Ha avuto esperienze forse come baby sitter, baby
dogger, barista, gelataia, sciampista phonista vetrinista
lustrionista unghiata, oppure come addetta alla selezione del
materiale incendiario, alla segheria, come portinaia, come educatrice
stiratrice massaggiatrice o call center …bè…lo vede oggi è il
suo giorno fortunato…non ha che l’imbarazzo della scelta.” “Ma
io so solo ballare” “Ma lei lo sa quante persone entrano qui ogni
giorno? Lo sa quanta mancanza di lavoro cè attualmente. La prego. Se
desidera trovare un lavoro io allora può rimanere altrimenti la
prego, vada da un’altra parte a giocare”
La
fila iniziava ad innervosirsi…qualcuno gridava…si la
centralinista io, si si la sciampista la so fare io, ecco si io
prendo il posto di portinaia…. La ragazza continuò a guardare
Melissa. La guardò fisso negli occhi. Scoppiò a piangere. Si
asciugò le lacrime con un fazzoletto di carta. Lasciò il fazzoletto
sul tavolo di Melissa e se né andò in silenzio. La folla continuava
a gridare. Melissa guardò il fazzoletto. Prese dei guanti di
plastica nel cassetto della sua scrivania. Prese il fazzoletto, lo
buttò e semplicemente disse “Avanti un altro.”
“Sai
che ti dico? Ma mandalo a cagare” si rivolse così Clotilde alla
sua amica stesa sul divano a confrontare cinque oroscopi diversi
della giornata pensando che se dava retta alla previsione di Elle non
sarebbe nemmeno dovuta uscire di casa, ma le già era fuori casa,
così aveva preferito credere alle sentenze di Branko che
prospettavano un miglioramento della terza casa nella quinta che
congiunta con il sole a giove avrebbero creato un pentagono
meraviglioso “Un trigono, un trigono, non un pentagono” disse
Clotilde, anche se d’altronde Paolo Fox consigliava di essere molto
prudenti con tutti i mezzi di locomozione e meno male che non aveva
preso la macchina continuava a pensare che poi c’è anche quello di
Barbanera che dice che presto la sofferenza si trasformerà in un
fiore selvatico dove le api andranno a cibarsi di nettare ludico e
forse era il caso di comprare della biancheria intima nuova ma dove
l’avrebbe comprata se non poteva prendere la macchina per la
previsione di Fox continuava a pensare sfogliando l’ultima rivista
alla pagina undici dove si trovavano le previsioni del tempo che
secondo lei si potevano interpretare anche quelle alla luce di tutto
il materiale raccolto fino ad ora. “Ma la vuoi far finita?” disse
Clotilde. “Il consiglio degli astri è sempre lo stesso, Mandalo a
cagare” “Ma io lo amo…” “Ah si? E perché lo ami?”
“Perché…perché…” “E’ generoso?” “Bè ecco, non
proprio…a momenti ma in fondo in fondo so che lui lo è, lo sento
dentro” “Si va bè…è allegro? Ti fa ridere? “Bè…ecco si a
tratti…” “Ma se non fai altro che piangere come fai a dire che
ti fa ridere?” “Mi fa ridere dentro…ecco si…dentro” “Si
va bè…ti fa regali, fiori, cene, sorprese?” “Bè ecco…no, ma
perché non è nel suo stile, ma profondamente dentro…so che lui è
così”. Clotilde si versò un bicchiere di vino rosso, si accese
una sigaretta e disse “Mandalo a cagare mia cara. Ciò che dentro
è dentro ciò che è fuori è fuori e fuori si vede ben poco. Impara
da me. Mi vedi sottomessa, piangente, impaurita, debole, dipendente,
muta, non truccata o mal vestita? Certo che no, te lo dico io, perché
io ho capito come funziona il mondo. No dico, mi hai guardata bene?
Lo vedi che bel decoltè che ho? Mi hai mai visto senza trucco, senza
parole, senza una tavola apparecchiata, senza un progetto specifico
di vita? Certo che no. Guardami molto bene. Lo sai come mi chiamano
al bar qui sotto? Contessa, Principessa, Sua Maestà e Signoria
Vostra. Adesso staccati da quella tenda che me la stai pure
sporcando. E alzati allo stile di Rossella. Ti permetto anche di
dire…Domani è un altro giorno”
REGOLA
NUMERO DUE: Il cliente
Oggi
per esempio devo andare a prendere un certo Mr Rok alle due e mezza
al centro. L’ho incontrato due notti fa. Un fotografo. Di quelli
bravi. Di quelli che vengono chiamati giorno e notte. Di quelli che
vengono chiamati per ogni piccolo o grande fatto che accade in città-
seppur una piccola città, in questi luoghi succedono sempre un sacco
di cose. Tipo ieri. “Hanno detto che è un’emergenza” mi diceva
Mr Rok mentre si rollava una cartina dentro la mia macchina. Che tra
parentesi io non fumo nemmeno. E Mr Rok lo sa. Ma fa finta di niente.
Si rolla le sue cartine e lascia metà del tabacco sul mio sedile.
Che tra parentesi è un Signor sedile, di pelle nera lucida. Intatta.
Comunque mi dice che il giornale lo ha chiamato con urgenza per un
fattaccio… “Così mio caro mi hanno detto…un fattaccio” e
aggiunge “Si tratterà di qualche cattura pericolosa tipo…ah già
il tizio che importunava le ragazze dai capelli rossi sotto il
ponte…sarà da ridere…cioè…pericoloso…a volte questo
mestiere mi intimorisce un po’…non sai mai dove ti mandano, cosa
devi fotografare…a volte …” e mentre parla arriviamo lentamente
al posto segnalato dal giornale. Ci fermiamo. Vediamo una macchina
della polizia. Una dei vigili del fuoco. Una anziana signora. Dei
curiosi. Tutti intorno ad un albero. Tutti a guardare in alto.
Scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo con cautela. Sentiamo prima
le lacrime della signora anziana. E poi i volti preoccupati della
polizia e del capo dei vigili del fuoco che sta preparando
l’attrezzatura adatta per salire pericolosamente sulla cima
dell’albero. Io rimango in silenzio e osservo. Mr Rok sta
preparando la sua macchina fotografica e inizia a fare domande…
“Buon giorno sono il fotografo del giornale, mi hanno detto di
correre qui…che succede cosa è successo?”
“Bè”,
risponde il poliziotto più vicino all’albero “Il gatto della
Signora Pina è scappato questa mattina all’alba e dopo una lunga e
disperata ricerca lo abbiamo scovato arrampicato alla cima
dell’albero. Abbiamo immediatamente chiamato i vigili del fuoco che
come potrà vedere sono già all’opera. Il gatto è all’ultimo
ramo, quello più alto. Sarà un’impresa rischiosa. Comunque chi ha
iniziato le indagini sono stato io Roberto Gervasi, scriva si annoti,
ho iniziato e risolto il caso. Se mi vuole fotografare accanto
all’albero con il dito puntato verso il cielo come ad indicare
l’oggetto felino smarrito…” Mr Rok scattò una misera
fotografia alla scalata del vigile del fuoco e alla anziana Signora.
Ma non aspettò che il gatto venisse riportato a casa. Una foto con
il vigile del fuoco con in braccio il gatto…non era proprio nel suo
stile. Così ce ne andammo dopo pochi minuti. E io iniziai i ridere.
“Domani
è un altro giorno” gridò Camilla. Domani è un altro giorno
domani è un altro giorno e io ho voglia di buttarmi giù dal
balcone. Però se mi butto dal mio balcone nessuno sarà in grado di
venirmi a prendere e il balcone è pure basso rischio solo di
rompermi una gamba e di spaccare il cellulare così poi nessuno mi
verrebbe a prendere. Oppure potrei prendere quattrocento pastiglie e
mettermi il pigiamino di seta da uomo così quando vengono a
prendermi mi trovano anche vestita bene, che poi però se mi
addormento prima e mi dimentico di chiedere aiuto…e se poi mi fanno
fare la lavanda gastrica lo sporcherei tutto il mio pigiama nuovo da
uomo. Domani è un altro giorno domani è un altro giorno. Lo amo lo
odio lo amo lo odio lo odio lo odio mi sta antipatico mi da sui nervi
mi fa venire mal di stomaco è diventato pure brutto è grasso e lo
amo lo odio lo odio lo odio oddio domani è un altro giorno domani è
un altro giorno. Oppure potrei salire in cime alla torre della città
e fingere di svenire, essendo certa che di sotto ci siano tante
persone, magari mi metto l’abitino aderente e vado a farmi bionda
che se sono bionda e precipito dall’alto mi si vede meglio. Magari
potrei chiamare in anticipo il fotografo del giornale per uno
scoop…oddio magari potrei vestirmi come la donna di “la donna che
visse due volte” con quel tubino grigio che insieme al biondo dei
capelli ci sta un incanto e così mentre precipito lievemente dalla
torre tutti mi riconoscerebbero e immediatamente coglierebbero la
somiglianza tra me e lei…domani è un altro giorno domani è un
altro giorno domani è un altro giorno.
“Mi
annoio” sospirò Clotilde. “Mi annoio da morire.” Mentre
controllava gli appuntamenti per la giornata seduta alla sua
scrivania entrò una giovane ragazza.
“Buon
giorno mi chiamo Daniele Lucini”
“Si?”
“Ecco
io sono il figlio dell’Amministratore Direttivo dell’Officina
Bang Bang quella che produce prodotti ecologici per lo sterminio di
insetti scarafaggi topi e pipistrelli. Come figlio
dell’Amministratore Direttivo io sono di conseguenza
l’Amministratore Delegato. Delegato per faccende delicate. Per
questo motivo sono qui. Per una faccenda delicata- possiamo parlare
in privato un attimo?”
“Veramente
qui non cè nessun altro a parte lei Delegato Amministratore e io
indiscussa Presidente e Vice Presidente dell’Ufficio in questione.
Che problema ci sarebbe?”
“Noi
facciamo ogni anno delle indagini topografiche circa la pericolosità
o meno di possibili invasioni da parte di insetti pipistrelli topi e
scarafaggi. Controlliamo la carte originarie, le fondamenta, le
fognature, insomma tutto quello che è necessario fare per garantire
e tenere una strada pulita protetta. Come si dice la prevenzione è
tutto.
“Sì.
E allora?” sospirò Clotilde cercando di aggiustarsi il decoltè
“Allora cosa si previene?”
“Abbiamo
attivato dei microchip che sono collegati a dei trasmettitori che
mandano onde magnetiche rivelatrici della possibile presenza di
insetti nocivi all’uomo. Queste onde quando segnalano uno o più
esseri misteriosi trasferiscono automaticamente i dati al sistema
madre situato nel nostro ufficio di campagna.”
“Vada
avanti…sono curiosa, gli ultracorpi ci invaderanno presto?”
“Tralascerò
ogni accenno di sarcasmo. Bene il Sistema Madre l’altro giorno ci
ha parlato. Sembra che proprio in questa zona, proprio sotto gli
uffici dove lei e il suo personale lavorano abitualmente, sembra
dicevo, sia presente un enorme quantità di quelli che io chiamo
creature nocive a sé e all’uomo”
“Si.
E cioè”
“Ecco
ancora non siamo proprio certi … sto parlando di pingirelli, strana
e nuova creatura derivata dall’accoppiamento tra la femmina del
pipistrello e il maschio del topo”
“Ma
lei mi sta prendendo per il culo?”
“No,
certo che no.”
“Me
lo dice cosa vuole da me questa mattina?”
“Si
Signora. L’unica maniera per difendersi da queste nuove creature e
quindi annientarle, è quella di diffondere sotto le fognature i
nostri prodotti Bang Bang, in quantità elevata.”
“Dovrei
scendere sotto le fognature e spruzzare quella roba? Glielo chiedo
un’altra volta, mi sta pigliando per il culo?”
“No
Signora. Tutto vero. Ma lei non deve fare proprio niente. Se non
lasciare una piccola firma per autorizzarmi a fare il mio lavoro,
un’altra piccola firma per sollecitarlo, un’altra ancora per
garantirmi una copertura in caso di intrusione delle forze
dell’ordine, un’altra-
“AHHHH”
“Signora…ride?”
“Guardi…non
posso farne a meno…la prego…è meglio che lei vada ora…prima
che il riso si trasformi in un’altra cosa…”
“Ma
Signora…”
“Sento
che il mio riso sta diventando altro…”
“Va
bene Signora, arrivederci…ci risentiremo presto…”
Il
figlio dell’Amministratore direttivo prese la sua valigia da
amministratore delegato ed uscì. Clotilde lo guardò mentre apriva
la porta ed usciva. Si ributtò sulla scrivania e sbuffò “Mi
annoio…accidenti come mi annoio”
La
sera Clotilde tornò a casa. Suo marito già era arrivato e la
aspettava. Seduto al divano. La guardava. Clotilde appoggiò la borsa
e disse “Mbè?”
“Ho
accesso il riscaldamenti” disse suo marito.
Clotilde
si tirò via il cappotto e salì in camera da letto.
La
mattina successiva Clotilde si alzò dal letto. Preparò il caffè
per suo marito. Si accese una sigaretta in balcone. Inspirò sospirò
e buttò fuori una gran porzione di fumo dove sembrava leggersi
dentro “aiutoooo” ma non aiuto di – voglio una colf che mi
aiuti a pulire la casa – e nemmeno – voglio una colf che mi lavi
i piatti, in fin dei conti lei era anche provvista di lavatrice – e
nemmeno aiuto voglio un amante- suo marito accendeva spesso i
riscaldamenti – ma aiuto. Aiuto e basta.
Camilla
si alzò, si guardò allo specchio. Si tirò via la maglietta. “Mi
sono calate le tette. Mi è calato il culo. Ho i capelli sbiaditi. E
le occhiaie. Per non parlare delle mie occhiaie.” E come faccio a
farmi fotografare stamattina?” Si infilò sotto la doccia.
Completamente gelata. Si era ricordata che il secondo marito di sua
zia che era un medico oculista diceva che le occhiaie si ritirano con
l’acqua gelida. Se questo principio fosse stato vero, l’acqua
fredda avrebbe fatto bene anche a tutto il resto del corpo. Si
sarebbero però ritirate anche le tette? Così cercava di coprirle
con un asciugamano caldo, le tette, mentre tutto il resto del corpo
veniva coinvolto in un flusso continuo di acqua gelida. Risvegliata e
“ritirata” a sufficienza, Camilla uscì dalla doccia e si vestì-
certamente si controllò un istante la serie di tette, occhiaie,
glutei, si sollevò pensando che non si fosse ulteriormente ritirato
niente, si vestì e si preparò ad uscire. Si era preparata la notte
prima un borsone pieno zeppo di vestiti. Necessari alle foto. Anche
se il fotografo le aveva detto “Bastano due cambi e un solo paio di
scarpe. E vieni già truccata.” Il borsone di Camilla era un
modello astronave da viaggio con ruote quattro per quattro. Era
capace di contenere un intero armadio a dieci ante di vestiti e le
prime tre file di una normale scarpiera da muro. E in quel momento la
valigia conteneva tutto questo. Compreso un delizioso cappellino rosa
e tutto il set dei trucchi rubati a sua cugina alla quale aveva fatto
da madrina per il sacro rito della cresima. Senza entrare nei
dettagli sul come e sul perché le venne in mente di rubare la trusse
alla cugina che, poveretta, aveva solo dodici anni, e aveva scelto
proprio Camilla come esempio morale davanti a Dio e al prete, Camilla
possedeva ora tutto il set completo di ombretti fard e rossetti tono
su tono della barbi principessa.
Erano
già le nove. Troppo tardi. Camilla uscì di corsa e iniziò a
correre. E corse. Attraversò la strada senza accorgersi del rosso
del semaforo. E una macchina inchiodò. Camilla riuscì a non essere
investita ma la valigia invece si scontrò contro la macchina. E
volo. E volarono tutti i vestiti delle quattro ante dell’armadio,
tutte le scarpe dei primi quattro cassetti della scarpiera e tutti i
trucchi della Barbi. Tutto volò in aria. E tutto precipitò sulla
macchina. La macchina di Marco.
“Per
Dio” gridò Marco
“Per
Dio!” gridò Mr. Rok
“Oddio”
sibilò Camilla
Marco
scese dalla macchina. Camilla salì sulla macchina. Mr. Rok inziò a
fotografare. Camilla si attaccò al cruscotto per cercare di
riprendere i suoi vestiti. Marco si attaccò al cruscotto per cercare
di prendere Camilla. Mr. Rok continuava a fotografare. Marco allungò
la mano e afferrò Camilla che stava cercando di sganciare la scarpa
dallo specchietto retrovisore. Lo specchietto si spaccò Camilla
perse l’equilibrio, precipitò insieme a tutti i vestiti che
intanto scivolavano dal tettuccio e tutti insieme caddero su Marco.
Mr Rok continuava a fotografare.
“Per
Dio” disse Marco “Per Dio e ancora per Dio. Ma lei è matta. Si
tolga dalla mia pancia e insieme si riprenda tutti i vestiti”
“Aiuto…i
miei vestiti le scarpe i trucchi della Barbi, il mio appuntamento…il
mio appuntamento col fotografo…ora sarò un disastro ora … ora…”
Mr
Rok continuava a fotografare e tra un clic e l’altro disse “Se
Lei è la signorina Camilla Leli quella Camilla con la quale ho
discusso circa tre ore per convincerla a portare con se solo due
cambi d’abito, se lei è quella Camilla aspirante attrice…bè il
suo appuntamento sono io e non si agiti, il servizio lo stiamo già
facendo.”
Camilla
scaraventò con violenza Marco e i vestiti lanciò contro una
macchina una scarpa che spaccò il finestrino anteriore buttò a
terra lo specchietto retrovisore che si ruppe definitivamente e disse
“Ah.. si Camilla sono io…” e sentì un clic “Ma lei non può
farmi le foto ora” un altro clic “sono un disastro” un altro
clic “Aspetti” clic, clic, clic. E finalmente Mr Rok disse
“Ascolta, ti do del tu. Per me il servizio è già fatto. Fidati.
E’ il tuo giorno fortunato. Fidati. Non voglio nemmeno essere
pagato. Le foto te le mando via posta. Cd e stampe. Fidati. Poi ti
farò sapere altro. Fidati” clic.
...
Camilla
camminava per le strade della sua città. Non pensava più a Rossella
ne a Via col Vento. Il vento ora sapeva che girava dalla sua parte.
Si fermò davanti ad un enorme cartellone dieci per dieci e rimase
immobile a fissarlo. E sorrise. E disse a sé se stessa…quella sono
io, quella sono io!
REGOLA
NUMERO TRE: pronti a tutto
“Edizione
straordinaria” così diceva la Signorina del TG otto della sera.
Stavano interrompendo tutte le trasmissioni nazionali. Tutte. “Il
vecchio congelatore” condotta dall’ attrice velina cubista del
momento che con un microfono a forma di banana parlava con dieci
concorrenti scelti tramite estrazione. Durante l’anno venivano
scritti all’interno delle confezioni di tonno Rio De Mar dei nomi
presi dalle riviste “Di Più Tv, Tv Sei Tu, Eva, Novella duemila e
tre”. Le lattine di tonno che si trovavano nei supermercati
venivano comprati dalla gente normale e la gente normale che apriva
la scatoletta di tonno, quando trovava scritto il nome del vincitore,
doveva fare una telefonata al numero verde 4444444444 e dire il nome
del fortunato vincitore. Il pubblico da casa diventava così
protagonista della trasmissione. Era il caso di Melissa che aveva
trovato una di queste incredibili scatolette e dopo avere chiamato la
madre il padre la sua migliore amica e il fidanzato ed essersi
commossa, aveva immediatamente chiamato il numero verde e quindi
urlato il nome del vincitore. I dieci concorrenti venivano poi
portati in una cella frigorifera provvisti di piumini d’oca e
coperte e costretti ad un’abitazione forzata per venticinque
giorni. Ancora una volta il pubblico da casa diventava protagonista
perché era proprio lui, il pubblico che sceglieva il più simpatico
da non eliminare. “Il vecchio congelatore” era il programma
maggiormente seguito il giovedì sera. Tutta la piccola città era
inchiodata davanti al piccolo schermo.
Ma
quel giovedì si interruppe. “Edizione straordinaria edizione
straordinaria” e arrivò la felice seducente giornalista del tg
otto che disse “Amici telespettatori. Una notizia è giunta poco fa
in redazione. Un gruppo di venti persone, tra uomini e donne, sembra
essere scappato dalla casa di cura per igiene mentale “La mente
risplende”. Queste persone non ancora del tutto identificabili sono
disperse nella nostra città. Non c’è nulla da temere. Sono solo
persone che hanno una certa deficienza mentale. Se doveste vedere o
percepire qualcosa di strano, prego chiamare il numero verde
320593498630498 per riferire ai nostri centralini la persona
sospetta. Grazie della collaborazione. Ridò la linea a Britney con
la sua magnifica trasmissione “Il vecchio congelatore”
“Hai
sentito cosa ha detto?” disse Clotilde a suo marito che si era nel
frattempo già addormentato. Si accese una sigaretta e iniziò a
pensare. E poi sorrise. E poi telefonò a Camilla per avvertirla di
fare attenzione a quello che diceva per la strada, così per
sicurezza, poi chiamò Melissa che aveva appena parlato con sua madre
dicendola di chiudere a chiave le porta, poi chiamò Cristina e
infine svegliò suo marito. “Accendiamo i riscaldamenti?” disse.
E lei “No caro. Stasera sono piena di pensieri ti aspetto a letto.”
Sotto le coperte le venne in mente lo strano incontro cha aveva fatto
tre giorni prima. E se quello strano ragazzo fosse stato uno di
quelli scappati dalla Casa di Cura? Poteva fare qualcosa? Certo, se
invece non fosse stato…avrebbe messo nei guai un povero innocente.
In quel fluire di pensieri si addormentò.
Venne
svegliata la mattina dopo. “Aiuto Clotilde aiuto…mi vieni a
prendere?” diceva la voce al telefono. Era Camilla. Era stata
segnalata alla polizia da un passante nel pomeriggio il quale
passante sconosciuto aveva subito chiamato il numero verde che era
collegato con la polizia che era subito arrivata al posto segnalato e
senza dare tempo alla sventurata di dire nulla l’avevano caricata e
portata alla prigione della città. “Cosa succede?” disse
Clotilde. “Succede che ieri stavo camminando per la strada poi
all’improvviso mi è venuto in mente il mio ex fidanzato e mi
veniva da piangere e allora ho cercato di trattenere le lacrime
perché, come dici tu, mica si può piangere così davanti a tutti, e
allora mi sono sforzata di pensare a Rossella che mi diceva domani è
una altro giorno domani è un altro giorno e io non ci credevo così
le ho risposto male e ho gridato che si doveva fare i fatti suoi che
il mio ex fidanzato era molto peggio di ret butler e che ret almeno
ci aveva provato con le mentre il mio fidanzato no. Così ho urlato
piena di rabbia. Ma senza piangere. E in quel momento un tipo che
stava facendo fare la pipì al cane mi ha vista e ha chiamato il
numero verde ed è arrivata la polizia che ha iniziato a parlare con
me e si è convinta che io sia una di quelle matte scappate la notte
scorsa. Ora stanno cercando di chiamare la Casa di Cura ma le linee
sono sempre occupate. Puoi venire a prendermi e a garantire per me?
Ti prego…ho passato qui tutta la notte.”
“Arrivo”
disse Clotilde. Ma tu, ti prego rimani in silenzio.
ALL’UFFICIO
DI POLIZIA ORE 02.00
M
I S S I O N E S P E C I A L E
Incontro
speciale di protezione sicurezza per la grande marcia sacra del
paese.
“Allora
ragazzi…”disse il comandante capo Nelson. “La sapete perché vi
abbiamo riunito tutti insieme, tutti alle due del mattino?”
“…”
“Allora,
razza di morti di sonno, volete rispondere si o no?”
“…bè…”
sussurrò Paolo – “siamo qui per organizzarci. Organizzarci sì,
per la marcia sacra.”
“Certo
ragazzo, per la marcia sacra. Certo…ti pare che abbia dispiegato
così tanti uomini in tenute mimetiche e fucile e quant’altro per
organizzare una stramaleddetta marcia sacra in onore del santo Dio?”
“…”
“Cercherò
di parlare chiaro. Una mandria di matti come sapete è scappata dal
manicomio, che ora chiamano casa di igiene mentale o che so io, ma
per me è la stessa cosa, matti decelebrati sono. Immaginateli ora
marciare insieme a tutti gli altri pellegrini figli di Dio.
Immaginateli, immaginate quei dementi in mezzo alla folla di poveri
pellegrini che vanno a pregare Signore Dio per avere la pace in
cielo, e si vedono in mezzo a loro dei potenziali criminali, Cristo
Santo non ci posso pensare, non ci posso pensare. Tutto il lavoro in
questi anni di ronde notturne di cani lasciati liberi di aggredire
rumeni stupratori, di difesa del pubblico e innocente cittadino … e
ora… ora si ricomincia da capo…insieme a quei maledetti ci tocca
pure eliminare dei malati schizzofrenici…per Dio … mi manca il
respiro…mi manca il fiato…io li voglio vedere morti tutti, tutti
quanti, e i nostri amati pellegrini sani e salvi davanti a Dio.”
La
squadra di polizia si organizzò. Tre squadroni d’assalto appostati
all’inizio della marcia. Altri tre squadroni speciali in mezzo alla
folla. Due truppe di piloti dell’aeronautica MS H KI che avrebbero
sorvolato e controllato dall’alto la situazione. Venticinque
macchine della polizia avanti e dietro il corteo. E infine cani al
guinzaglio e cani liberi - di - sbranare all’odore
rumeno-marocchino-africano. Tutto era pronto. Mancavano solo tre ore
all’inizio della processione. Paolo si fece il segno della croce e
indossò la sua corazza.
ORE
21.00 – CAMMINATA SANTA – DURATA DEL PERCORSO, TUTTA LA NOTTE.
“ Quando
comincia?” disse una vecchia signora alla vicina di fila, che era
Melissa.
“ A
breve … a breve…” sospirò Melissa.
“ Sono
tanto emozionata lo sa?”
“ e’
soltanto un cammino Signora, nient’altro che un cammino. Si
rilassi”
“ Forse
si…lei è giovane e non capisce. Io e mia nuora ci venivamo sempre
assieme…fino a quando…ecco mi scusi, ogni volta mi commuovo…ogni
volta che penso a mia nuora … Ecco le dicevo…tre anni fa era
tanto buio e camminavamo …sulla soglia della strada…e mia
nuora…bè…è caduta giù. Nel burrone.”
“ Ah…”
“ Sì.
Non l’abbiamo più trovata. Ma lei crede che abbia perso la fede?
Non l’ho mai persa. Mai.”
Melissa
aprì il suo termos di caffè e latte caldo. Lei alla processione ci
era andata soltanto per curiosità.
“ In
fondo…” continuò l’anziana signora “ In fondo non posso dare
a Dio la colpa della mia vita. Nemmeno le disgrazie. Lo sa cosa
diceva sempre mia nuora? Che siamo noi che dobbiamo aiutare Dio, non
il contrario.”
“ …”
“ Rimane
zitta eh? La doveva conoscere mia nuora. Era una donna incredibile.
Incredibile. Ma quando parte questa processione?”
“ Tra
pochi minuti…pochi”
REGOLA
NUMERO QUATTRO: Non nominare il nome di Dio invano
Che
a saperlo che dovevo accompagnarlo alla processione, mi sarei
inventato un campionato Italia Francia. E invece preso all’ultimo
momento. Mi chiama questo pomeriggio e mi dice di accompagnarlo in un
posto, vedrai, mi dice, ne vedrai delle belle. Sì. Delle belle. Una
coda kilometrica di anziani e giovani, poliziotti e cani, preti ed
elicotteri. E per di più la mia macchina è bloccata a kilometri di
distanza e chissà Dio quando potrò recuperarla. Ma chi me l’ha
fatto fare. Dovevo lasciarlo all’uscita della Chiesa e andare.
Invece lui mi frega. Pochi minuti e partiamo pochi minuti e partiamo.
E intanto è passata un’ora.
Mr
Rok cercava di farsi strada in mezzo alla gente. Un gruppo di giovani
figli del Papa muniti di bandiere e chitarre si erano appostati
davanti a lui e sorridendo chiedevano di essere fotografati. Così un
altro gruppetto di anziane devote alla Madonna di Loreto avevano
cercato invano di oltrepassare i ragazzi figli del Papa per cercare
di essere immortalate in un ritratto fotografico… “Si si si
chiama ritratto fotografico, me lo ha detto mia nipote che è
fidanzata con il fotografo del Messaggero. Che poi se ci fanno la
foto finiamo diritte diritte in prima pagina!” diceva una del
gruppo devote alla Madonna di Loreto. Melissa continuava a bere il
suo termos di caffè. Il prete Don Matteo Bendetto e Unto intonò
“Santo Santo Santo il Signore” e tutti i partecipanti iniziarono
a cantare lodi e inni a Dio. Mr Rok cercava di farsi spazio e strada.
Doveva fotografare la partenza della marcia, doveva fotografarla
assolutamente. Ma il gruppo di devoti lo stava allontanando, e in
pochi minuti si trovò distante, vicino al gruppo di poliziotti e
cani. Si voltò un attimo sulla sinistra e riconobbe Paolo, il
poliziotto che gli aveva tolto la patente. Un attimo. Un attimo e si
accorse che il gruppo di devoti si era trasformato in un folto gruppo
di gente armata. Dove erano andati a finire i crocefissi? Al momento
Mr Rok riusciva a vedere solo pistole e cani. E quelli iniziò a
fotografare.
“ Siamo
noi che dobbiamo cercare di aiutare Dio...” pensava Melissa…
La
processione era iniziata. Le persone cominciarono a camminare. I
telefoni cellulari incominciarono a squillare.
UFFICIO
NUMERO VERDE SMMST
(scoperta
malati mentali schizzofrenici e turbati)
Il
capo ufficio del centro SMMIST un uomo sulla cinquantina d’anni
sorrideva. Sentiva tutto l’ufficio risuonare e le sue segretarie
risuonavano anche loro insieme agli squilli e chiassose prendevano
nota e riagganciavano. “SI SI SI” esclamava il capo ufficio e
ancora “SIII suonate telefoni suonate e ancora suonate! Ogni
telefonata perduta sono cinque centesimi in meno ogni telefonata
presa sono tre centesimi in più!” Passeggiava il capo ufficio del
terzo piano. Sembrava trovarsi in una camera concertistica dove i
telefoni diventavano violini e flauti, le parole delle ragazze
percussioni e gran tromboni e il rumore della cornetta appoggiata a
seconda dei casi con grazia e o violenza, quel rumore era aria di
violoncelli e contrabbassi e infine il pianoforte segnava la danza
faticosa dei caffè e dei bagni. Il capo ufficio era felice. “SI
tutto questo è opera mia, tutto questo è opera mia!”
Il
centro SMMST aveva ricevuto milioni e milioni di telefonate. La
situazione sembrava diventare pericolosa.
CAMMINATA
SANTA – Primi passi
Melissa
aveva finito il suo termos. Ed era solo all’inizio del percorso. Si
voltò verso l’anziana signora “ Arriva una gran salita ora
Signora è pronta?” Ma l’anziana Signora non le rispose nemmeno.
Uscì dal gruppo per un attimo. Melissa la vide tirarsi via le scarpe
e inginocchiarsi a terra. E pregare. Dopo pochi minuti si
avvicinarono a lei altre signore anziane come lei. Tutte facevano la
stessa cosa. Si tiravano via le scarpe e si mettevano in ginocchio. A
pregare.
Ecco
pensò Melissa. Sento i passi del mio cuore che vanno verso una
direzione. Ma non so quale sia. Ho solo paura di perdermi. Ho solo
paura di non potere più tornare indietro. Ho solo paura di cambiare
occhi. Ho paura di vedere troppo lontano. Vedere lontano. Melissa si
avvicinò alle anziane signore e iniziò a pregare.
“Padre
Nostro che sei nei cieli sia santificato il tuo nome e venga il tuo
regno…” diceva in camminata Don Matteo e Benedetto e Unto.
Attorno a lui quattro maschi di giovane età che portavano quattro
bandiere con diciture in latino e immagini sacre raffiguranti colombe
e ulivi verdi.
“Mi
hanno dato sette in condotta” sussurrò il primo ragazzo al
secondo, quello che portava la bandiera con l’ulivo.
“Poveretto”
risponde il secondo ragazzo con la bandiera del Papa
“Mi
hanno beccato mentre facevo dei disegni sconci sui muri del bagno
della scuola”
“Ma
dai…che hai disegnato?”
“Un
uomo e una donna che pisciano”
“Ah…ti
hanno sospeso?”
“No.
Mi hanno detto che me la potevo cavare se venivo a fare la
processione”
“Ho
capito.”
“E
tu?”
“Mi
piace quella del terzo C. Si chiama Giulia.”
“Nooo
quella biondina con le tette grosse? Sta qui in mezzo? E tu ci vuoi
provare questa notte?”
“Bè…provare…mi
piace. Sua nonna la manda ogni anno a fare la processione perché
c’hanno il fratello tossico”
“Ah!
Ma tu ci vuoi provare questa notte? Ci sta pure il fratello?”
“non
lo so…mi piace…”
“Dai
ci vuoi provare…ci sta pure il fratello?”
“Ma
che ne so!”
“Secondo
me ci sta pure il fratello. Starà vendendo lexotan alle vecchiette
nervose, figo però…farsi la processione sotto lexotan”
“Io
una volta l’ho provato l’ho fregato a mia madre e poi ci ho
bevuto sopra tre coca e rum.”
“Cazzo!”
“Ho
vomitato per tre giorni. Non l’ho più toccato”
Marco
nel frattempo girava in mezzo alla folla cercando Mr Rok. Se ne
voleva tornare a casa. Era irritato e stanco. Aveva però un
presentimento. Che non sarebbe stato così facile. La sua macchina
era distante chilometri e chilometri. Si stava facendo scuro e di Mr
Rok neppure l’ombra.
Mr
Rok continuava a scattare fotografie.
Melissa
e le anziane Signore erano rimaste a terra a pregare.
C’era
in mezzo alla folla una giovane ragazza bruna dai capelli lunghi.
Stringeva la mano di una ragazzina. La ragazzina si chiamava
Alessandra.
“Come
ti senti, tutto bene?”
“No.
Voglio tornare a casa dalla mia mamma”
“presto,
presto ci torniamo”
“Ma
sono ore che stiamo camminando…”
“Sono
ore si…”
“E
perché ci siamo messi a camminare…sento tante persone
attorno…tante voci tanti canti…siamo ad una festa?”
“Più
o meno…sì è una grande festa …”
“E
perché la mamma non ci è voluta venire, a lei le feste piacciono
tanto…”
“Perché
la mamma lavora. E sono venuta io”
“E
dove stiamo andando?”
“Se
stai calma ti spiego tutto”
“No,
non sto calma. Voglio sapere dove mi stai portando, ho fame e ho sete
e voglio tornare a casa mia”
“Dopo
ci torni a casa. Non ti piacciono i canti? Perché non canti anche
tu, le canzoni le conosci?”
“Si.
Sono quelle della domenica in chiesa.”
“Brava.”
“Perché
cantano?”
“Cantano
perché sono felici. Cantano in onore della Madonna”
“E
la Madonna li ascolta? Che gliene frega alla Madonna se loro
cantano?”
Forse
ha ragione…pensava la ragazza. Forse alla Madonna non gliene frega
niente. Come faccio a spiegarle che stiamo facendo la marcia sacra
per ricevere la grazia, che sua madre mi ha spedito in processione
con lei per chiedere alla Madonna di ridare la vista alla figlia. Ci
poteva pensare lei a portarla qui. Come faccio a dirle che poi la
Madonna le ridà la vista? Come faccio a raccontarle una scemenza del
genere?
“Questo
sarà il servizio della mia vita…” si diceva Mr Rok. Clic. Un
poliziotto che schiaccia la zampa di un altro cane poliziotto. Clic.
Il cane poliziotto che morde il poliziotto a fianco del primo
poliziotto. Clic. Il terzo poliziotto che da un pugno al secondo
poliziotto che aveva fatto partire il pugno al primo poliziotto del
cane. Clic. Il quarto poliziotto che per fare calmare gli altri
poliziotti dà una manganellata ad un altro poliziotto ancora che si
mette a spruzzare del gas negli occhi del cane poliziotto che decide
di fare pipì sulle scarpe nuove e appena lucidate di un altro
poliziotto ancora che con il calcio della pistola spacca un occhio ad
un altro poliziotto che nella confusione fa partire un colpo di
pistola al poliziotto davanti che si mette a gridare e chiama i
soccorsi.
La
processione continuava indisturbata.
Non
c’erano però più autoambulanze. Erano tutte cariche di poliziotti
e cani feriti.
UFFICIO
NUMERO VERDE SMMST (scoperta malati mentali schizzofrenici e turbati)
I
telefoni del centro SMMST suonavano. Continuavano a suonare. La
signora Gina in cammino santo si era fatta regalare da suo figlio un
telefonino nuovo. “Così mi sento più tranquilla” aveva detto
“Così se incontro uno di quei matti davanti alla mia strada,
chiamo subito il numero verde.” Dopo poche ore di cammino la
Signora Gina aveva già fatto quindici chiamate. E insieme a lei
tante e tante anziane signore che dicevano di sentire discorsi strani
e comportamenti strani di alcuni passeggiatori che non si erano mai
visti in città.
Il
centro SMMST cercava poi, prese le chiamate, di passarle al comando
di polizia cittadina. Il comando di polizia cittadina si muoveva così
in direzione ostinata. KM 25 della camminata santa – 35 arresti, KM
40 della camminata santa – 76 arresti – KM 97 della camminata
santa – 178 arresti.
I
poveretti che non venivano morsi da qualche poliziotto che credeva di
dare un calcio al suo cane, venivano trascinati via, in manette, da
quei poliziotti che cercavano di rendere tranquilla la processione da
matti e molestatori.
Si
erano fatte le sette del mattino.
Il
centro SMMST aveva cessato di suonare. Le giovani telefoniste avevano
perso i sensi. E il gran direttore si era addormentato con un sorriso
di gloria.
La
processione era finita. E non era rimasto nessuno. Se non il preste
che continuava a cantare la messa da solo e una giovane coppia di
innamorati che si promettevano amore eterno.
LA
FINE
11
GIUGN0 2009 – Testata del giornale locale – (il giorno dopo)
IN
MARCIA VERSO LA MADONNA
Milioni
di persone hanno partecipato, come ogni hanno, alla Processione
Santa. Attimi di commozione e fratellanza sono testimoniati dalle
foto scattate durante la marcia.
Anche
quest’anno la parola di Dio è entrata nei cuori della gente.
Toccanti le parole del nostro sacrestano Don Benedetto “Abbiamo
riscoperto i grandi valori del silenzio. Dio è con noi.”
Le
foto sottostanti raffiguravano – quattro anziane signore che
piangevano – un bambino che sorrideva – una giovane mamma con il
marito che le baciava la guancia – una bandiera in onore di Dio,
dell’anno precedente.
In
un trafiletto in fondo pagina però, si parlava di milleseicento
segnalazioni e milletrecento arresti. La prigione della città era
colma di gente che cercava di capire il motivo per il quale era stata
trascinata lì. I Segnalatori avevano fatto la fila fuori dalla
prigione e capitava che da segnalatori anonimi potessero diventare
sospettati. La polizia si metteva le mani nei capelli. Tutto era un
caos. Ma dopo circa dodici ore vennero rilasciati tutti.
E
di veri matti nemmeno l’ombra.
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